Che cos’è l’Unione Europea? Con quali idee ci siamo entrati, con quali idee ne possiamo uscire? ( I Parte )

Di Roberto Buffagni

Un dialogo con il Fronte Sovranista Italiano

Nel novembre 2016 ho pubblicato, sul blog di Barbara Tampieri, un intervento sul tema: è possibile in Italia un’alleanza anti-UE che superi il clivage destra/sinistra, analoga a quella che ha dato vita al Front National francese? Risposta: no. Il Fronte Sovranista Italiano mi ha risposto, nella persona del suo fondatore Stefano D’Andrea. Seguono una mia replica, e un ulteriore intervento del FSI a firma di D’Andrea e Di Remigio, dove si tematizza l’ideologia fondatrice della UE. Secondo me, è l’universalismo politico, che va pertanto abbandonato. Secondo D’Andrea e Di Remigio, è il neoliberalismo, mentre l’universalismo politico, se rettamente inteso, va invece conservato. Quando mi sarà possibile continuerò il dialogo, perché il tema è del massimo interesse.

Le puntate di questa (spero) appassionante serie TV sono, in ordine cronologico:

1) http://ilblogdilameduck.blogspot.it/2016/11/make-italy-great-again.html  (mio primo intervento)

2) http://appelloalpopolo.it/?p=26256  (prima risposta del FSI)

3) http://ilblogdilameduck.blogspot.it/2016/12/guest-post-la-replica-di-roberto.html  (mia replica al primo intervento del FSI)

4) http://appelloalpopolo.it/?p=26545  Seconda replica del FSI

Da non perdere anche lo spin off a cura di Alessandro Visalli, qui: http://tempofertile.blogspot.it/2016/12/un-dibattito-sulla-nazione-e-la.html#!/2016/12/un-dibattito-sulla-nazione-e-la.html

 

In effetti e *oggettivamente*, secondo la formula prediletta da Stalin, oggi il clivage principale dello scontro politico non è tra sinistra e destra, ma tra forze favorevoli e contrarie alla UE e all’euro, quali che ne siano provenienza e cultura politica. In linea di principio e in un mondo migliore, la strategia del superamento del clivage destra/sinistra e della costruzione di un’alleanza – o addirittura dell’integrazione in nuovo partito – tra forze politiche provenienti da sinistra e da destra, allo scopo di uscire dall'eurozona e di riappropriarsi della sovranità nazionale alienata alla UE, sarebbe la più adeguata alla fase politica. 

Peccato che secondo la mia valutazione – che può, beninteso, essere sbagliata – in Italia l’edificazione di questa alleanza è impossibile in tempi politici prevedibili (5-10 anni); non solo, ma il tentativo di crearla può rivelarsi gravemente controproducente.
Una forza politica che – pur tra limiti e contrasti interni – da anni si sta trasformando per superare il clivage destra/sinistra ed opporsi efficacemente a UE ed euro è il Front National di Marine Le Pen. Sinora, la riconversione strategica ha avuto successo, tant’è vero che il FN è il primo partito di Francia, e Marine Le Pen ha la reale possibilità di vincere le presidenziali del 2017. Il Front National, nato da Vichy e dall'OAS contro il gaullismo e de Gaulle, ha oggi una linea gaulliana, cioè a dire una linea politica patriottica che difende insieme l'interesse nazionale e l'interesse dei ceti popolari (il FN oggi si prende il voto operaio che fino a poco fa andava a sinistra). Questa metamorfosi ha dovuto innestarsi su una solida base di nazionalismo "di destra", per il fatto elementare che il nazionalismo "di sinistra", che pure in Francia c'era, è stato cancellato dall'adesione della sinistra alla UE

In Italia, purtroppo, una riedizione come che sia aggiornata dell’esperimento FN è impossibile – almeno per un’ “ora” nient’affatto breve – perché l’Italia non ha avuto un Charles de Gaulle, cioè un nazionalista antifascista che, rappresentando nella sua persona la continuità dello Stato e l’indipendenza della patria dopo la sconfitta bellica e la collaborazione col nemico occupante, ha saputo risparmiare alla Francia il destino di nazione vinta e occupata dalle forze vincitrici della IIGM. L’Italia ha avuto Benito Mussolini e Pietro Badoglio, il 25 luglio e l’8 settembre: la continuità dello Stato, l’indipendenza della patria, persino l’idea di nazione e di interesse nazionale come valori sovraordinati alle appartenenze politiche, sono stati travolti dal disastro fascista, dalla fine disonorevole della dinastia, da una guerra civile in cui entrambi i campi si sono subordinati a potenze straniere, dalla sconfitta bellica e dall’occupazione militare alleata.
In Italia, quindi, manca la base – ancor prima culturale e ideologica che politica – su cui innestare un progetto di fronte nazionale, che, lanciando una parola d’ordine del tipo "la destra dei valori, la sinistra del lavoro", si proponga di superare contrapposizioni politiche ormai incapacitanti in nome dell’indipendenza della patria, della sovranità dello Stato, dell’interesse della nazione e del popolo italiano.
Mi si obietterà: ma certo che c’è, la carta dei valori intorno alla quale costruire il Fronte Nazionale di Liberazione! C’è la Costituzione! La Costituzione italiana, che presidia la sovranità popolare, difende la democrazia e il lavoro, ed è incompatibile tanto con le usurpazioni di sovranità e legittimità commesse dalla UE con la complicità dei governi italiani, quanto con le politiche economiche imposte da UE ed euro, che intenzionalmente producono disindustrializzazione, disoccupazione di massa e progressivo peggioramento delle condizioni di vita del popolo italiano.
E’ così? Davvero la Costituzione italiana può far da base all’alleanza politica che darà vita al Fronte Nazionale di Liberazione dall’euro e/o dalla UE? Io penso di no. Spiego perché.

La Costituzione antifascista non è un valore o una piattaforma che possa accomunare destra e sinistra italiane antiUE/antieuro e farle ritrovare intorno a un programma minimo comune. L'aggettivo "antifascista" non è un fatto accessorio, è una qualificazione decisiva. Nella destra italiana, il fascismo è un residuo minimo, e dunque non è questo l'ostacolo. L'ostacolo principale è invece un fatto storico molto rilevante: che dopo il 1945, con la (benemerita) decisione di Togliatti e di Stalin di conformarsi a Yalta, e cioè di non perseguire anche qui la linea della guerra civile in vista dell'instaurazione di una "democrazia popolare" (come invece fu tentato proprio in Grecia), il PCI ha sostituito la linea "rivoluzionaria di classe" con la linea "antifascista e interclassista" e il mito (sottolineo due volte mito) della Resistenza. Cioè a dire, la linea del CLN.
Quando si proclamano “i valori della Costituzione" a un elettore di destra, automaticamente egli intende "valori di sinistra". Non conta, qui, se l'elettore di destra sia un liberale, un leghista, un fascista, un cattolico tradizionalista, un nazionalista, etc.: conta che "la Costituzione più bella del mondo" per l'elettore di destra è anzitutto la Costituzione di una parte politica (non la sua). Quando la sente nominare, assocerà mentalmente cose diverse, a seconda dei suoi interessi e della sua ideologia: assistenzialismo e Roma ladrona se è leghista, sindacati e tasse se è un liberale, divorzio e aborto se è un cattolico tradizionalista, stragi partigiane e tradimento dell'alleato se è un fascista, occupazione americana e perdita dell'indipendenza se è un nazionalista, etc.: non assocerà mai "la preziosissima carta fondamentale della nostra patria". La realtà a lui più simpatica a cui la potrà associare è la Prima Repubblica, per la quale alcuni (non tutti) gli elettori di destra provano una certa nostalgia, specie se non sono più giovani.
Qui non affronto il tema se l'elettore di destra abbia torto, ragione, torto e ragione insieme, etc.: segnalo soltanto il fatto che è così, e aggiungo un paio di esempi che possono illustrare meglio questa realtà.

Primo esempio. Al suo insediamento, il presidente Mattarella è andato a omaggiare i caduti delle Fosse Ardeatine. Così facendo, egli non ha reso omaggio alla nazione: altrimenti, avrebbe omaggiato l'Altare della Patria, che sta lì a due passi. Ha reso omaggio a una parte della nazione, quella che appunto si riconosce nella narrazione antifascista e di sinistra e nel mito della Resistenza. Però c'è anche un'altra parte della nazione che non vi si riconosce, e non è composta esclusivamente di nostalgici di Salò: anzi.
Secondo esempio. Quando gli antieuro/antiUE chiamano "fascista" la politica della UE e il meccanismo dell'euro, io capisco benissimo perché lo fanno: per sottolinearne l'antidemocraticità, l'illegittimità e l'incostituzionalità. Però, l’apposizione dell'etichetta "fascista" alla UE e all'euro segnala una contraddizione che rischia d’essere incapacitante, e un equivoco pericoloso. Perché?
In primo luogo, perché non tutti i regimi antidemocratici sono fascisti: anzi, in questo caso è vero l'esatto opposto. Sono proprio gli eredi legittimi dell'antifascismo (USA + classi dirigenti antifasciste europee, socialdemocratiche, liberali e cattoliche) ad avere impiantato e a sostenere UE ed euro. Mentre il fascismo (che si è reso storicamente responsabile di mali ben più gravi dell'euro e della UE) è affatto incompatibile con UE ed euro: il fascismo storico è una forma estrema di nazionalismo, che tutto avrebbe potuto fare tranne regalare sovranità a una entità sovranazionale come la UE; il fascismo storico fu anche antiliberale, statalista e dirigista, e dunque non avrebbe mai sostenuto il "più mercato meno Stato", la libera circolazione di capitali e forza lavoro, la doverosa accoglienza di un numero imprecisato di stranieri sul suolo nazionale, e le altre formule liberali e liberiste care alla UE.
Insomma, la "democrazia", cioè il principio legittimante secondo il quale la sovranità appartiene al popolo, può effettivamente essere un minimo denominatore comune tra destra e sinistra antiUE/antieuro, per la ragione principale che è l'unica arma di cui dispongono contro il comune nemico, che del parere dei popoli e delle elezioni fa volentieri a meno. Non può esserlo la Costituzione. 

L'Italia è, malauguratamente, un paese profondamente diviso. Il giorno in cui, nei momenti solenni della vita nazionale, tutti gli italiani senza distinzione di parte politica trovassero naturale cantare insieme, spontaneamente e senza retropensieri, l’inno nazionale, si potrebbe pensare alla costruzione di un Fronte Nazionale di Liberazione. Oggi, questo può accadere – forse – solo quando la Nazionale italiana di calcio partecipa a una competizione internazionale importante. Purtroppo, non basta.
Segnalo un sincronismo assai significativo. La proposta di un Fronte Nazionale di Liberazione avanzata da più parti coincide con la proposta di un Partito della Nazione lanciata da Matteo Renzi. Lo trovo un sintomo da non trascurare, e anzi chiarificatore ed allarmante. Il più grave errore del fascismo storico, che origina dal suo rifiuto di principio del pluralismo politico, è proprio la pretesa di identificare, ossimoricamente, partito e nazione. La nazione, che è l’insieme di tutto un popolo che si radica nel passato dei suoi morti e si protende, attraverso i viventi, verso i suoi figli futuri, non può venire identificata con un partito, che ne è per definizione una parte, senza che ne conseguano due effetti: 1) chi non appartiene al partito non appartiene alla nazione, e dunque non gode, almeno sul piano etico e culturale, della piena cittadinanza 2) la nazione e l’interesse nazionale non potranno mai più essere valori sovraordinati alle altre appartenenze e lealtà, perché la nazione è stata identificata con una parte politica, e ne condivide la transeunte relatività e parzialità: simul stabunt, simul cadent.
In sintesi: chiunque fondi il “Partito della Nazione” prepara senza saperlo la dissoluzione, senz’altro spirituale ma in circostanze favorenti anche materiale e politica, della sua patria. 

Nella lotta politica italiana dei prossimi tempi, il costituendo Fronte di Liberazione Nazionale potrebbe dunque contrapporsi al costituendo Partito della Nazione; e lo scontro si incentrerebbe, per forza di cose, intorno al quesito: “chi è autenticamente italiano? Chi appartiene davvero alla nazione?” Basta rifletterci un momento per accorgersi che questa è la ricetta della guerra civile, un piatto indigesto che ci siamo ammanniti più d’una volta, nella storia nazionale; e anche un buon compendio della tragedia politica nazionale italiana, inaugurata dal fascismo e solo rovesciata di segno dall’antifascismo.
Dunque, se non è possibile un Fronte Nazionale di Liberazione contro l’euro e/o la UE, è impossibile agire politicamente?
Io non penso. Spiego perché.
Si può sempre agire politicamente, non appena si sia designato il nemico : perché caratteristica fondante del politico è, appunto, la coppia di opposti amico/nemico.
La domanda a cui si deve rispondere è: la UE, con l’euro che della UE è strumento politico consustanziale, è un nemico? Personalmente, rispondo di sì.
Risponde di no, per esempio, la sinistra critica, che rappresenteremo in Stefano Fassina, perché sebbene egli constati che “nella gabbia liberista dell’euro” “la sinistra…è morta”, propone come sola “via d’uscita” “il superamento concordato della moneta unica, esemplificato ad esempio nella proposta di ‘Grexit assistita’ scritta dal Ministro Schäuble e avallata dalla Cancelliera Merkel”, e la giudica “l’unica strada realistica per evitare una rottura caotica dell’eurozona e derive nazionalistiche incontrollabili".
Fassina dunque considera l’attuale UE un avversario, non un nemico; incardina il proprio disegno politico sullo spostamento degli equilibri politici interni alla UE, e lo subordina alla vittoria di una linea politica (minoritaria) interna al paese egemone. In sintesi Fassina ripropone, in forma più radicale, più seria e più coraggiosa – e dunque più dannosa perché più credibile – la tesi delle due UE: la UE realmente esistente (falsa e cattiva) e la UE possibile (vera e buona). 

Le obiezioni alla tesi delle due UE sono note, ma qui ne sottolineo una: e se ti dicono di no? se lo spostamento degli equilibri politici interni alla UE non riesce, se la linea Schäuble perde, che fai? Qual è la tua ragion d’essere politica e la tua strategia? Detto altrimenti, qual è il tuo nemico? La UE e l’euro nel cui quadro “la sinistra…è morta” o le “derive nazionalistiche incontrollabili”?
La tesi delle due UE non conduce a un’azione politica vera e propria, ma a un circolo vizioso nevrotico: avanzare petizioni farcite di appelli ai principi di sinistra della “buona e vera UE possibile”, facendole seguire da violente, isteriche proteste verbali ogni volta che la petizione non viene accolta e i principi vengono disattesi dalla “falsa e cattiva UE realmente esistente”: l’esatta dinamica della sciagurata trattativa tra governo Tsipras e vertici UE.
Certo: è probabile che una recisa dichiarazione di inimicizia verso UE ed euro condannerebbe Fassina a una posizione minoritaria o addirittura testimoniale all’interno dei dissidenti del PD, a cui si rivolge in vista della creazione di una nuova forza politica. Però, la tesi delle due UE da un canto condanna la costituenda nuova forza politica a una posizione minoritaria o addirittura testimoniale all’interno della “UE realmente esistente”, e dall’altro replica lo schema tipico del rapporto di subordinazione e reciproca strumentalità tra sinistra di governo e sinistra massimalista (PD e SEL, per intenderci). La sinistra massimalista intercetta il dissenso antisistemico, e poi, nei momenti decisivi, lo spende per sostenere la sinistra di governo, che in cambio garantisce ai suoi quadri posti e finanziamenti: priva com’è di una strategia politica autonoma da quella della sinistra di governo, se la sinistra massimalista non segue questo schema semplicemente sparisce. 

Uno spazio di azione politica vera e propria si apre solo se si risponde, senza ambiguità, alla domanda: la UE, con l’euro che della UE è strumento politico consustanziale, è un nemico? 
Se si risponde di no – quali che siano le aggettivazioni e le mezze tinte che si accludono alla risposta – si agisce politicamente all’interno del quadro UE così com’è, con i rapporti di forza, le ideologie e gli schieramenti nazionali e internazionali realmente esistenti: e ogni riferimento a “un’altra UE possibile” resta pura e semplice espressione di un desiderio e/o mozione degli affetti a uso interno + slogan propagandistico a uso elettorale.
Se si risponde di sì, ne consegue immediatamente che i propri alleati sono tutti coloro che condividono la stessa valutazione, a prescindere dal resto (cultura e linea politica). Si può fare eccezione solo per chi si ponga su posizioni incompatibili con la nostra civiltà (per esempio, l'ISIS è certamente nemica della UE, ma non è un alleato possibile).
Per le ragioni esposte nella terza parte di questo scritto, non credo praticabile in Italia la via della costruzione di un Fronte Nazionale di Liberazione, e dunque considero sbagliata – non in linea di principio, ma di fatto – ogni proposta di alleanza strategica tra forze politiche organizzate provenienti da destra e da sinistra.
A mio avviso, se si vuole agire politicamente contro la UE le vie da percorrere oggi sono tre.

Una: influire culturalmente, nei canali disponibili e ciascuno secondo le proprie forze individuali o collettive, senza aderire ad alcun partito. Risulterà naturale che chi sceglie questa via si rivolga, principalmente, a chi appartiene alla sua cultura politica di provenienza: anche se probabilmente è proprio lì che incontrerà gli ostacoli e le sordità maggiori, perché nemo propheta in patria. E' un lavoro indispensabile, prezioso e ingrato.
Due: aderire a una delle due sole forze politiche organizzate e rilevanti che in Italia si dichiarino (con gradi diversi di chiarezza e coerenza) nemiche della UE: Lega, e Fratelli d'Italia. Aderirvi in forma individuale o se possibile organizzata, partecipare al dibattito interno, scontare i limiti dell'adesione a una linea politica che non persuade per intero, e tentare di influirvi, cioè fare carriera nel partito per consolidarvi la vittoria (tutt’altro che definitiva) della linea anti UE e antieuro.
Tre: lavorare per dividere, mandare in confusione e battere la sinistra italiana. A mio avviso, infatti, la sinistra italiana è il problema principale, e senza una vera e propria metamorfosi non sarà invece mai (so che è una parola grossa) la soluzione.
In altri termini: la sinistra italiana è il nemico principale, all'interno dei confini nazionali, perché è il principale collaboratore della UE, che senza di essa non sarebbe mai riuscita ad affermarsi, a convincere e a vincere. Lo è perché nella sinistra italiana, sia quella di provenienza comunista, sia quella di provenienza cattolica, l'internazionalismo farà sempre aggio sulla difesa dell'interesse nazionale, e oggi l'internazionalismo si declina solo nel quadro UE; mentre la battaglia per il ripristino della sovranità dello Stato contro un’istituzione sovrannazionale come la UE può appoggiarsi solo su fondamenta nazionaliste: per prendere un topo ci vuole un gatto, non un cane.

Dunque la sinistra italiana va, anzitutto, divisa e mandata in confusione. Sono benemerite tutte le iniziative interne alla sinistra, individuali o organizzate, che la dividono, la indeboliscono, la riempiono di contraddizioni e le mettono in qualsiasi modo i bastoni fra le ruote e lo zucchero nel carburatore, per esempio incrementando l'astensionismo e la disaffezione di elettori e militanti. Particolarmente importanti le iniziative interne alla sinistra che contribuiscano a farle perdere la superiorità morale, il "moral high ground", perché la dimensione morale del conflitto è la più importante, sul piano strategico (poi vengono la mentale e la fisica). Sono invece deprecabili, dannose e da battere le iniziative interne alla sinistra che si ripromettono di dividerla per creare altre formazioni di sinistra "autentica", comunque denominate, perché non fanno altro che perpetuare l'equivoco, dare ossigeno a un nemico in affanno, e resuscitare per qualche anno o mese la cantafavola della superiorità morale della sinistra e la velenosissima tesi delle due UE, che è attualmente l’arma ideologica più potente del nemico.
Soprattutto, la sinistra italiana va battuta. Il primo obiettivo da proporsi è che la sinistra italiana subisca una chiara sconfitta elettorale, chiunque sia a infliggergliela, fosse anche Attila re degli Unni. Ogni volta che la sinistra perde, perde la UE (anche se non è vero che quando vince la destra vincono le forze nemiche della UE).
Non lo dico per pregiudiziale ideologica avversa alla sinistra, anche se la cultura politica della sinistra non è la mia. Lo dico perché se vogliamo che la sinistra italiana sperimenti un “riorientamento gestaltico”, come lo definiva Costanzo Preve, ovvero la metànoia o conversione che la conduca a dichiararsi nemica della UE e dell’euro, dobbiamo sapere se ne verificheranno le condizioni di possibilità solo in seguito a un evento traumatico maggiore: cioè a un’inequivocabile, dura sconfitta.
Ricordo che la stessa identica dinamica si è verificata per la destra italiana: nella quale sono sorte e hanno conquistato la leadership posizioni nemiche della UE e dell’euro solo in seguito al processo dissolutivo da essa subito con l’avvento del governo Monti, la subordinazione e collaborazione del suo principale leader Silvio Berlusconi tramutato in prigioniero di Zenda e capo dell’opposizione di Sua Maestà, etc. 

So che le posizioni che ho formulato qui sulla sinistra sono brutalmente semplificatorie. La cultura politica della sinistra non è la mia. La mia cultura politica è quella di un nazionalista moderato (moderato dal cattolicesimo, perché per me prima della patria viene Dio, e quindi non è lecito fare qualsiasi cosa in nome e nell'interesse della nazione). Non ritengo che la cultura politica della sinistra sia malvagia o irrimediabilmente erronea in sé. Ritengo che abbia bisogno di una profonda revisione, che può avvenire solo dal suo interno: per questo ho ammirato e incoraggiato l'opera di Costanzo Preve, del quale mi onoro d'essere stato amico. Lo stesso vale, d'altronde, per la cultura politica della destra: qui la più importante revisione è stata compiuta da Alain de Benoist; altre sono in corso d'opera e sono benemerite. Ritengo altresì che uomini degni di rispetto e ammirazione – o di avversione e disprezzo – ce ne siano in tutti i campi politici.
La brutale semplificazione che ho proposto è motivata da questo: che siamo in guerra, anche se non si spara. Scopo della guerra è imporre la propria volontà al nemico, i mezzi dipendono dalle circostanze. La guerra oggi in corso, che vede in un campo la UE e i ceti dirigenti proUE (alle spalle dei quali stanno gli USA), e nell'altro le nazioni e i popoli d'Europa, viene condotta con mezzi economici, giuridici, amministrativi, psicologici; il fatto che sia una guerra che non osa dire il proprio nome non la rende meno pericolosa e meno aspra.
Anzi: finché questa guerra rimane segreta e sottaciuta, è impossibile difendersi e combatterla, figuriamoci vincerla; l'esempio catastrofico di Tsipras mi pare esauriente.
Ora, per difendersi da una guerra di aggressione bisogna anzitutto: a) accorgersi che c'è, cioè accorgersi che qualcuno ti ha designato come nemico b) ricambiare il favore, cioè designare nemico lui c) delimitare i campi, che possono essere solo due, e chiarire chi sta nel campo nemico e chi sta nel campo amico d) situarsi di qua o di là e) dividere e battere il nemico usando tutti i mezzi atti allo scopo (dai quali escludo i mezzi violenti, per la ragione elementare che un passaggio al livello militare dello scontro importerebbe l'immediata e totale sconfitta del campo in cui mi situo io).
Designo la sinistra come nemico principale all'interno delle frontiere italiane perché la sinistra italiana si è totalmente identificata con la UE (salvo benemerite eccezioni, purtroppo quasi sempre individuali) e perché la sinistra è la principale portatrice della funesta tesi delle due UE, che, ripeto, è attualmente l’arma ideologica più potente del nemico: sinistra = UE dal volto umano.

In altri termini: finché la sinistra resterà maggioritaria nell'opinione italiana, la maggioranza degli italiani continuerà a credere che la UE sia riformabile, cioè che la UE sia un compagno che sbaglia o alla peggio un avversario, non un nemico. Io invece penso che la UE sia un nemico. La guerra semplifica brutalmente: nemico, amico; di qua, di là; perdere, vincere. E' brutto, è peggio che brutto, ma è così: prima ce ne persuaderemo, meglio sarà.
Insomma: la sinistra può svegliarsi dal sogno europeo? E se la risposta è “sì”, in che modo?
Sì, la sinistra può svegliarsi dal sogno europeo. In che modo? Se dopo una dura, inequivocabile sconfitta, le voci di chi, dall’interno della cultura politica della sinistra, ha saputo operarne una profonda revisione e le ha indicato come nemico la Ue e l’euro che di essa è strumento consustanziale, vi troveranno ascolto e ne conquisteranno la leadership.

Prima risposta del Fronte Sovranista Italiano

http://appelloalpopolo.it/?p=26256

Il sovranismo è possibile e desiderabile

di Stefano D'Andrea · Pubblicato 2 dicembre 2016 · Aggiornato 3 dicembre 2016

di  STEFANO D’ANDREA e  PAOLO DI REMIGIO

In un lungo commento sul blog ‘L’orizzonte degli eventi’, ripreso e fatto suo da Barbara Tampieri, Roberto Buffagni si propone di mostrare l’impossibilità fattuale e l’indesiderabilità etica di un partito sovranista in Italia. Le sue tesi aprono una discussione tra potenziali alleati, quindi hanno almeno il merito di dare occasione a un chiarimento sui fini e i modi della loro azione politica. Per questo gli siamo grati di averle espresse.

A noi sembra che il punto di vista di Buffagni sia un po’ troppo limitato allo scenario politico, che vi siano troppo trascurate la storia e l’economia. Questi limiti si fanno evidenti nell’ultimo capoverso. Scrive infatti Buffagni: ‘… finché la sinistra è maggioritaria nell’opinione italiana, la maggioranza degli italiani continuerà a credere che la UE sia riformabile … non un nemico’; il che è vero, anzi è una tautologia: se il partito che crede nella riformabilità della UE (oggi va da Renzi a Fassina) ha la maggioranza dei consensi degli Italiani, la maggioranza degli Italiani crede che la UE sia riformabile. Se però la sinistra subisce una dura sconfitta, prosegue Buffagni, – e crediamo che si riferisca a una auspicabilissima sconfitta elettorale – allora dovrà dare ascolto e farsi guidare da chi ‘dall’interno della … sinistra ha saputo operarne una profonda revisione e le ha indicato come nemico la UE … ’.

Questa espressioni suscitano perplessità per più ragioni: la sinistra non è affatto maggioritaria nell’opinione italiana: già ora i sondaggi danno i grillini in vantaggio ed è almeno probabile che in futuro gli effetti di una politica economica demenziale contribuiscano a eroderne ancora i consensi; inoltre: dopo aver subito una dura e inequivocabile sconfitta, la sinistra non darà ascolto ai revisionisti perché, semplicemente, sarà finita, come è già successo, per esempio, a Rifondazione Comunista. E se finisce, diventa del tutto irrilevante che dia ascolto o meno ai suoi revisionisti anti UE (ammesso che esistano). La sinistra è morta da tempo e non si può uccidere un cadavere, lo si deve seppellire, per ovvi motivi igienici, perché emana il turpe odore del neoliberalismo.

Cosa intendiamo col dire ‘la sinistra è morta’? Che cos’è la sinistra? La sinistra è l’alone politico e culturale creatosi intorno all’URSS, la fede, più o meno viva, che la rivoluzione creerà una società superiore all’attuale. Se questo è vero, la divisione profonda che ha colpito il popolo italiano non nasce dal 1943, come ritiene Buffagni, ma dal 1917, quando il trauma della Grande Guerra e la presenza di una nuova società battezzata da una rivoluzione creano da una parte l’aspettativa dall’altra il terrore di una prospettiva rivoluzionaria: questa aspettativa è la sinistra, questo terrore è l’alleanza volta a contrastarla – alleanza che in Italia è leggibile nei partiti del primo governo Mussolini.

Cosa implica la rivoluzione di tanto grave da far sì che la sua prospettiva rappresenta un discrimine? Nessuno l’ha meglio espresso del più grande rivoluzionario, Lenin, quando durante la prima guerra mondiale ha esortato a trasformare la guerra tra Stati in guerra civile. La rivoluzione implica la guerra civile, la volontà rivoluzionaria implica una volontà di violenza estrema, che è incompatibile con il riconoscimento della maestà delle istituzioni e delle leggi statali.

Con questo non si vuole dire che l’idea rivoluzionaria sia delittuosa e rifiutarla moralisticamente: la morale riguarda le intenzioni del soggetto, la rivoluzione e la guerra civile sono eventi di massa, che esorbitano dalla sfera della volontà soggettiva, rispetto ai quali il soggetto deve rapportarsi innanzitutto politicamente. In ogni caso, ogni partito che si pretende rivoluzionario, che abbia un programma progressista o reazionario, è un partito che si prepara alla guerra civile: tale è il fascismo, tale è voluto apparire a cittadini e militanti il PCI finché ha potuto intravedere nell’URSS la realtà dell’avvenire: un partito del cambiamento radicale, non il partito riformista che effettivamente era (Pizzorno ha mostrato che in realtà, durante gli anni 1950-1960, nel pieno della guerra fredda, il 90% delle leggi fu approvato dal Parlamento all’unanimità o quasi: storia delle ideologie e delle declamazioni e storia dei fatti e degli atti non coincidono). La fine dell’URSS è dunque la fine dell’ultimo partito che ha nel suo strumentario ideologico (e più al livello di credo che di realtà) la guerra civile.

L’estinzione della sinistra con velleità rivoluzionarie ha un effetto profondo sul panorama politico italiano: scompare con essa la guerra fredda civile che, almeno a livello delle declamazioni ideologiche, ha caratterizzato l’Italia dalla prima guerra mondiale agli anni ’70. In questo senso la preoccupazione di Buffagni sull’irrimediabilità della divisione degli Italiani ci sembra più un’applicazione di uno schema naturalistico che il risultato di un’indagine storica.

Così anche l’altra sua preoccupazione, quella dell’essenza totalitaria di un partito sovranista, di un partito nazione, sembra poco ispirata alla realtà. La necessità dell’esistenza del sovranismo risulta non da un’esaltazione nazionalistica, ma dal fatto che in Italia e nel sud dell’Europa gli Stati non sono più sovrani – a differenza di quanto avviene in Germania, per la quale le disposizioni UE subiscono il vaglio di costituzionalità, sono cioè subordinate alla sovranità dello Stato tedesco. Il recupero della sovranità italiana diventa un programma di una parte politica nel momento in cui essa è smantellata da un‘altra parte politica diretta da poteri transnazionali anziché dalla volontà popolare. Qui non si ripropone dunque la situazione del ventennio fascista, quando una parte politica si identifica con la nazione e ne esclude altre parti che si sentono nazione non meno della prima. La nostra situazione è semmai quella opposta: ricondurre alla coscienza dello Stato una parte del popolo, intendiamo la sinistra europeista, che non si crede più sua parte perché disprezza i confini, perché ignora che i diritti non esistono naturalmente ma solo in quanto è definito un ambito di assunzione di doveri. Nel porsi il problema di restaurare la sovranità il Fronte sovranista italiano non può pensare neanche lontanamente ad escludere alcuno dallo Stato, vuole anzi recuperare chi se ne crede fuori; dunque si concepisce non come unico partito dello Stato nuovamente sovrano, ma come partito tra gli altri, erede di una specifica tradizione, quella della democrazia socialista, accanto ad altre tradizioni, come quella della solidarietà cattolica, quella della meritocrazia liberale, come espressione non soltanto dell’interesse universale, quello della fiducia e della legalità, ma anche di specifici interessi, quelli dei piccoli, accanto a quelli dei grandi.

Alla sinistra estinta è sopravvissuto un ceto politico educato alla retorica della guerra civile, frustrato da decenni di tentativi di appropriarsi della gestione del potere pubblico. Incapace di intendere lo Stato come quadro di fiducia reciproca entro il quale si articolano le differenze interne al popolo, avvelenato dalla concezione dello Stato come strumento con cui una fazione impone la sua dittatura, educato dallo storicismo materialista al disprezzo dell’eticità presente e all’ebbrezza del ‘nuovo’, questo ceto politico è stato cooptato dai poteri transnazionali (banche d’investimento, multinazionali, organismI internazionali che ne rappresentano gli interessi). Questa inedita strumentalizzazione è stata resa possibile dal comune orientamento anti-statalista: la rivoluzione globalista ha fatto degli internazionalisti un proprio strumento. A questo punto la sinistra diventa quel nemico, rispetto al quale è opportuno allacciare qualunque alleanza che abbia a cuore la civiltà.

La rivoluzione globalista non era diretta contro la sinistra nell’accezione ristretta che diamo a questo termine in questo contesto: non è il neoliberalismo ad aver vinto la guerra fredda, esso ha invece approfittato prima della crisi (fin dai primi anni ottanta) e poi della sconfitta dell’URSS per mettere fine all’interventismo statale che le élite occidentali avevano promosso dopo la crisi del 1929 e poi nei primi trent’anni del dopoguerra per rafforzare il fronte interno contro la minaccia comunista. L’antistatalismo ha unito globalisti e internazionalisti. Lo statalismo è dunque lo specifico del nostro sovranismo.

Buffagni non spiega perché la UE sia il nemico, ma sicuramente concorderà con la risposta che la UE è lo strumento con cui i poteri transnazionali e quindi il grande capitale, industriale, finanziario (nonché il capitale “marchio”) si sono imposti in Europa. Questa precisazione conduce però al di là delle sue posizioni, in quanto ci costringe a determinare per quali motivi i poteri mondialisti sono nostri nemici. In fondo hanno fatto propri ideali a cui noi stessi non potremo mai rinunciare: la condanna del razzismo, del sessismo, lo spirito di apertura culturale. Ebbene, il globalismo è nostro nemico perché da un lato, al livello ideologico, ossia delle declamazioni, fa della crescita economica l’obiettivo rispetto al quale ogni valore spirituale è annullato, dall’altro, non paradossalmente ma scientemente, si dimostra non solo del tutto inetto a favorirla, anzi opera sistematicamente in modo da bloccarla. Questo apparente paradosso di una ideologia che sacrifica l’umanità per raggiungere un obiettivo che proprio quel sacrificio impedisce di raggiungere è il riflesso della superstizione del mercato: la stolida credenza nelle capacità di regolazione economica del mercato ha annullato ogni esigenza di regolazione in vista di un bene superiore, di cui solo lo Stato può farsi veicolo; quindi ha emarginato lo Stato dall’economia, e insieme ha prodotto una delle recessioni più profonde della storia moderna. Precarietà, povertà, disoccupazione, insicurezza, miseria intellettuale, abbandono hanno colpito il mondo da quando l’imposizione del libero mercato in nome del primato dell’economia ha bloccato l’economia e ha promosso il trasferimento della ricchezza sociale a sparute minoranze.

Caratterizzare il nemico su questa base economica consente di determinare in termini positivi il programma politico del sovranismo. E questa positività consente di uscire dall’atteggiamento esclusivista di chi identifica partito e nazione: all’interno di chi vuole lottare contro il potere transnazionale che qui in Italia si esprime innanzitutto nella Ue, il Fronte sovranista italiano si segnala per specifici obiettivi per cui si differenzia dai potenziali alleati e non può confondersi con essi.

Secondo noi non basta uscire dalla Ue, non basta dissolvere l’euro; occorre sin d’ora porsi il problema del dopo. La rottura con la UE e della UE deve per noi inaugurare una stagione di intervento statale nell‘economia in vista della piena occupazione, in modo che l’uso statale senza timidezze degli strumenti di politica economica permetta l’uscita dalla crisi, l’esaurimento dell’esercito industriale di riserva e il riequilibrio del rapporto tra capitale e lavoro. Per noi l’ideale della sovranità statale, dopo essersi realizzato rispetto all’estero, dispiega il suo significato all‘interno: essa deve ripristinare la politica economica in modo da ricreare un equilibrio tra le classi, premessa indispensabile della libertà e della democrazia.

Questo programma positivo è qualcosa di più dei tre punti di azione politica proposti da Buffagni: più dell’influsso culturale, più del lavorare per dividere la sinistra (un lavoro in verità superfluo dato che la sinistra è già estinta ed esiste come ectoplasma soltanto nella stampa corrotta), e non può essere perseguito se si aderisce ai partiti anti UE già esistenti. Lega e Fratelli d’Italia possono essere “alleati” nella lotta contro la UE, ma solo alleati temporanei: essi condividono infatti con il capitalismo transnazionale i presupposti liberali, la superstizione del libero mercato; la Lega inoltre conserva la sua avversione allo Stato nazionale e non ha mai rinnegato l’obiettivo di dividere l’Italia settentrionale da quella meridionale. Delle quattro libertà del capitale: il libero movimento delle merci, dei servizi, dei capitali, delle persone, questi due partiti combattono con una certa chiarezza soltanto l’ultima, lasciando sperare molto poco sulle prime tre.

Ci sembra dunque di poter escludere che Lega nord e Fratelli d’Italia, addirittura gli stessi partiti europei anti UE come il Front National, se e quando conseguiranno il potere politico e saranno sorretti da robuste maggioranze parlamentari, agiranno  col fine di distruggere l’Unione europea in quanto espressione del progetto neoliberale. Sarebbe necessario che già ora si ponessero come obiettivo una nuova Comunità economica europea, con meno vincoli rispetto a quella precedente, con meno membri, regolata da trattati stabili e priva di organi con poteri normativi e giurisdizionali sugli Stati. I partiti anti UE generati dalla destra tradizionale sono invece troppo avversi al protezionismo per concepire una semplice zona di parziale libero scambio; soprattutto a livello di classi dirigenti, sono troppo legati ai cliché reaganiani per condurre una vera lotta d’indipendenza e per respingere tutti i vincoli europei che impongono il liberalismo economico; si limiteranno dunque a promuovere, assieme ad altre forze, una semplice revisione dell’Unione europea: una timida riduzione o attenuazione dei vincoli, anziché una nuova stagione statalista.

Soltanto la prospettiva sovranista restaurerà lo Stato democratico dirigista e pluriclasse, volto alla piena occupazione, con un generoso stato sociale, con scuole, università, conservatori e istituzioni culturali rispettosi della ricchezza della tradizione culturale italiana.

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