CHE COS’È L’UNIONE EUROPEA? CON QUALI IDEE CI SIAMO ENTRATI, CON QUALI IDEE NE POSSIAMO USCIRE? (II PARTE)

Di Roberto Buffagni Un dialogo con il Fronte Sovranista Italiano. II Parte

 

Grazie della replica articolata e cortese. Dal vostro scritto scelgo per ora tre punti chiave. Pur prefiggendomi la massima semplificazione, come si conviene a un’analisi che è anzitutto formale e strategica, non è possibile rispondervi, come sarebbe desiderabile, con maggior brevità. Sul resto, se lo vorrete, si potrà continuare a dibattere in seguito.

I testi integrali del mio intervento e della replica di Stefano D’Andrea e Paolo Di Remigio del Fronte sovranista italiano si trovano qui: http://ilblogdilameduck.blogspot.it/2016/11/make-italy-great-again.html e qui: http://appelloalpopolo.it/?p=26256

1) “Buffagni non spiega perché la UE sia il nemico”

Designo l’UE come nemico perché l’UE è un progetto imperiale fallito sin dal suo concepimento, politicamente non vitale e non riformabile, gravemente dannoso per la nazione italiana, potenzialmente catastrofico per l’intera Europa. Nella grammatica politica, esistono soltanto gli Stati nazionali, che possono in varia forma e misura confederarsi, cioè unirsi in modo revocabile: v. il progetto gaulliano di “Europa delle nazioni”; e gli Imperi, in cui l’unità è federale, cioè irrevocabile: v. per antifrasi la guerra di secessione USA tra Nord federale e Sud confederale. 

L’Europa non può essere o diventare uno Stato nazionale, perché se esiste una civiltà europea, non esiste una nazione europea. L’UE non è una confederazione: se lo fosse, il quadro giuridico dei rispettivi poteri e competenze di Stati nazionali e istituzioni confederali sarebbe chiaro e politicamente legittimato, e l’unione revocabile. L’UE è un progetto imperiale federale. Per federare un insieme di Stati in un organismo istituzionale maggiore, Stato-nazione o Impero che sia, ci vuole un federatore (v. il ruolo di Piemonte e Prussia nelle unificazioni italiana, nazionale, e tedesca, imperiale, del XIX sec.). I requisiti essenziali del federatore sono l’indipendenza politica e la forza egemonica (senz’altro militare, nel caso migliore anche economica e culturale). Nel progetto di federazione imperiale UE non c’è un federatore: lo Stato più forte, la Germania, difetta di entrambi i requisiti (ospita sul proprio territorio basi militari non europee, è economicamente ma non culturalmente egemone). 

 

In realtà, il progetto federale imperiale UE ha due federatori a metà: un federatore politico (gli USA, che dispongono dell’indipendenza politica, della forza militare, e in certa misura dell’egemonia culturale in Europa) e un federatore economico (la Germania). Nessuno dei due “federatori a metà”, né il politico né l’economico, può/vuole portare a compimento la sua opera. Gli Stati europei non possono federarsi politicamente con gli USA, diventando il cinquantunesimo, cinquantaduesimo, settantottesimo, etc., Stato della federazione nordamericana. Né gli Stati europei possono federarsi intorno all’egemonia economica tedesca, perché il vantaggio economico del “federatore a metà” tedesco implica lo svantaggio economico senza contropartita politica della maggior parte dei federandi, che com’è logico prima o poi si ribellano politicamente: ma né gli USA per evidente assenza di legittimazione politica, né la Germania per evidente difetto di mezzi atti allo scopo, possono far uso della forza militare per ricondurli all’unità. 

 

Ora, nessun federatore agisce gratis et amore Dei nell’unica preoccupazione dell’interesse dei federati; ma perché l’operazione sia politicamente vitale, tra federatore e federati deve sempre avvenire uno scambio, più o meno equo e immediato, di reciproci vantaggi: anche quando la federazione avvenga per conquista sul campo di battaglia. Ad esempio, nell’unificazione italiana allo svantaggio economico patito dal Meridione – sconfitto con le armi in due campagne militari, la seconda delle quali, la “guerra al brigantaggio”, particolarmente feroce – corrispondono i vantaggi politici dell’accrescimento di potenza dello Stato, così liberato dalle ingerenze straniere, dell’integrazione tra territori culturalmente e linguisticamente affini, e, seppur tardivamente e imperfettamente, un riequilibrio/compensazione delle disparità economiche e sociali tra Nord e Sud, aggravate o almeno non appianate dall’unificazione. 

 

Nel caso dell’UE, invece, la federazione non può essere portata a compimento né dal “federatore a metà” politico, gli USA, né dal “federatore a metà” economico, la Germania. Ne risulta non solo una paralisi del processo di federazione, ma:

 

a) un grave danno politico per tutte le nazioni europee: l’UE risulta in un dispositivo di neutralizzazione politica dell’Europa nel suo complesso, del quale si avvantaggia il “federatore a metà” statunitense 

 

b) un grave danno economico per tutte le nazioni europee tranne la Germania e i suoi satelliti, che invece si avvantaggiano del danno altrui 

 

La contropartita di questi due danni, politico ed economico, è zero. Ripeto e sottolineo due volte: zero. 

Gli unici che traggono reale vantaggio, personale o di ceto/categoria, dal progetto UE, sono coloro che vogliono/possono subordinarsi e allinearsi all’uno, all’altro o per quanto possibile a entrambi i “federatori a metà”, USA e Germania. Tra costoro, in primo piano i ceti dirigenti politici pro UE e i ceti dirigenti economici e finanziari che traggono beneficio dalla globalizzazione e dall’UE, che della globalizzazione a guida USA è articolazione decisiva. 

 

Per l’Italia – Stato, nazione, popolo italiani – la contropartita di questi due danni, politico ed economico, è meglio esprimibile con valore algebrico negativo.

Quanto all’Europa in generale, lo squilibrio tra intenzioni (almeno esplicitamente dichiarate) e risultati effettuali dell’UE è talmente grande che minaccia di provocare, più prima che poi, una implosione/disgregazione totale del progetto UE, in modi e con effetti imprevedibili e potenzialmente catastrofici.

Morale: prima si esce dall’UE meglio è, se ne esce solo abbattendola, e la si abbatte solo se la si designa come nemico, anzi come nemico principale dell’attuale fase politica. Non si riforma dall’interno un ferro di legno, un’istituzione politica essenzialmente sbagliata.

 

 

2) “In un lungo commento … Roberto Buffagni si propone di mostrare l’impossibilità fattuale e l’indesiderabilità etica di un partito sovranista in Italia”.

 

Qui non leggete con attenzione. In apertura del mio testo ho scritto: “In linea di principio e in un mondo migliore, la strategia del superamento del clivage destra/sinistra e della costruzione di un’alleanza – o addirittura dell’integrazione in nuovo partito – tra forze politiche provenienti da sinistra e da destra, allo scopo di uscire dall'eurozona e di riappropriarsi della sovranità nazionale alienata alla UE, sarebbe la più adeguata alla fase politica. Peccato che secondo la mia valutazione – che può, beninteso, essere sbagliata – in Italia l’edificazione di questa alleanza è impossibile in tempi politici prevedibili (5-10 anni); non solo, ma il tentativo di crearla può rivelarsi gravemente controproducente.” Confermo. Detto per inciso, sarei ben lieto di scoprire che mi sbaglio.

 

3) “la sinistra non è affatto maggioritaria nell’opinione italiana: già ora i sondaggi danno i grillini in vantaggio ed è almeno probabile che in futuro gli effetti di una politica economica demenziale contribuiscano a eroderne ancora i consensi…La sinistra è morta da tempo….Cosa intendiamo col dire ‘la sinistra è morta’? Che cos’è la sinistra? La sinistra è l’alone politico e culturale creatosi intorno all’URSS, la fede, più o meno viva, che la rivoluzione creerà una società superiore all’attuale. Se questo è vero, la divisione profonda che ha colpito il popolo italiano non nasce dal 1943, come ritiene Buffagni, ma dal 1917, quando il trauma della Grande Guerra e la presenza di una nuova società battezzata da una rivoluzione creano da una parte l’aspettativa dall’altra il terrore di una prospettiva rivoluzionaria: questa aspettativa è la sinistra, questo terrore è l’alleanza volta a contrastarla – alleanza che in Italia è leggibile nei partiti del primo governo Mussolini”

 

Contesto la definizione di “sinistra” come “l’alone politico e culturale creatosi intorno all’URSS, la fede, più o meno viva, che la rivoluzione creerà una società superiore all’attuale.” 

C’è sicuramente anche questo, ma tra le varie forze che nascono dalla cultura politica di sinistra (ricordo che il liberalismo nasce a sinistra) c’è un minimo comun denominatore oggi molto più decisivo, che non è il SI’ alla rivoluzione. 

Il minimo comun denominatore della sinistra europea (e non solo) è l’universalismo politico. 

 

L’universalismo è una cosa sul piano delle idee, dei valori, della spiritualità: vi alludete voi stessi dicendo che “in fondo [i poteri mondialisti] hanno fatto propri ideali a cui noi stessi non potremo mai rinunciare: la condanna del razzismo, del sessismo, lo spirito di apertura culturale.”

Se tradotto sul piano politico, però, l’universalismo non può che incarnarsi in forze inevitabilmente particolaristiche: perché esistono solo quelle, nella realtà effettuale.

 

Volendo, chi se ne sente all’altezza può parlare in nome dell’umanità; ma non può agire politicamente in nome dell’umanità senza incorrere in una contraddizione insolubile, perché l’azione politica implica sempre il conflitto con un nemico/avversario. 

 

Senza conflitto, senza nemico/avversario non c’è alcun bisogno di politica, basta l’amministrazione: “la casalinga” può dirigere lo Stato, come Lenin diceva sarebbe accaduto nell’utopia comunista. A questa contraddizione insolubile si può (credere di) sfuggire solo postulando come certo e autoevidente l’accordo universale, se non presente almeno futuro, di tutta l’umanità: "Su, lottiamo! l'ideale/ nostro alfine sarà/l'Internazionale/ futura umanità!" (il "governo mondiale" è un surrogato o avatar della "futura umanità" dell'inno comunista). 

Lenin, e in generale il movimento comunista (o anarchico) rivoluzionario, vuole risolvere la contraddizione con la forza, imponendo la “volontà rivoluzionaria”, che “implica una volontà di violenza estrema” (corsivi vostri). Nella classificazione machiavelliana, Lenin è un “leone”. 

 

Le classi dirigenti UE, liberali, cattoliche, socialdemocratiche, eredi legittime delle potenze antifasciste che i fascismi sconfissero sul campo di battaglia (assente giustificata l’URSS comunista) sono “di sinistra” in quanto condividono l’universalismo politico che fu anche di Lenin (e di Bakunin, etc.). Esse però vogliono/devono risolvere la contraddizione con l’astuzia; Machiavelli le definirebbe “volpi”. Scrivo “devono”, perché a prescindere dalle intenzioni soggettive, non potrebbero essere altro che “volpi”: entrambi i “federatori a metà” non possono portare a compimento con la forza la loro opera (v. punto 1). 

 

Anche l’UE postula l’accordo universale, se non presente almeno futuro: accordo anzitutto in merito a se medesima, e in secondo luogo in merito al governo mondiale legittimato dall’umanità intera che ne costituisce lo sviluppo logico, e giustifica eticamente sin d’ora l’obbligo di accogliere un numero indeterminato di stranieri, da dovunque provenienti, sul suolo europeo. Il passaggio tra il momento t1 in cui l’accordo universale è soltanto virtuale, e il momento t2 in cui l’accordo universale sarà effettuale, non avviene con il ferro e il fuoco della “volontà rivoluzionaria”. Le volpi oligarchiche UE introducono invece nel corpo degli Stati europei, il più possibile surrettiziamente, dispositivi economici e amministrativi, anzitutto la moneta unica. Questi “piloti automatici” provocano crisi politiche e sociali, previste e premeditate, all'interno degli Stati e delle nazioni, ai quali rendono necessario e inevitabile o reagire con un conflitto aperto e distruggere la UE, o addivenire a un accordo universale in merito al “sogno europeo”: per il bene degli europei e dell’umanità, naturalmente, come per il bene dei russi e dell’umanità Lenin ricorreva al terrore di Stato, alle condanne degli oppositori per via amministrativa, etc. 

 

A questa opera va associata, inevitabilmente, una manipolazione pedagogica minuziosa e su vasta scala, in altri termini una lunghissima campagna di guerra psicologica. La dirigenza UE conduce questa campagna di guerra psicologica da una posizione di ipocrisia strutturale formalmente identica a quella della dirigenza sovietica, perché non è bene e vero quel che è bene e vero, è bene e vero quel che serve alla UE o alla rivoluzione comunista: in quanto Bene e Verità = accordo dell’intera umanità, fine dei conflitti, pace e concordia universali. (Le élites, necessariamente ristrette, di “spirituali” o “psichici” che conoscono questo arcano della Storia, hanno il diritto e anzi il dovere morale di ingannare e manipolare, per il loro bene, le masse di “carnali” che invece non lo conoscono).

 

Il leone Lenin accetta solo provvisoriamente il conflitto politico, e anzi lo spinge a terrificanti estremi di violenza, in vista dell’accordo universale futuro: dopo la “fine della preistoria”, quando diventerà reale il “sogno di una cosa” comunista e ogni conflitto cesserà nella concordia, prima in URSS poi nel mondo intero. Le volpi UE celano l’esistenza effettuale del conflitto (in linguaggio lacaniano “lo forcludono”), e da parte loro lo conducono provvisoriamente con mezzi il più possibile clandestini, in vista dell’accordo universale futuro, quando diventerà reale il “sogno europeo” e ogni conflitto cesserà nella concordia, prima in Europa poi nel mondo intero.

 

In questo grande affresco romantico proposto alla nostra ammirazione con la colonna sonora dell’ Inno alla Gioia (forse non è un caso che il Beethoven delle grandi sinfonie fosse anche il compositore preferito di Lenin) c’è solo una scrostatura: che nella realtà, l’accordo universale di tutta l’umanità non si dà effettualmente mai. Ripeto e sottolineo due volte: mai, never, jamais, niemals, jamàs, etc.

 

Questo chiarimento (lungo ma necessario) in merito al concetto di “sinistra” per spiegare come mai io dica che “la sinistra è maggioritaria in Italia”. La sinistra è maggioritaria nella cultura e nell’opinione degli italiani, perché maggioritario nella cultura e nell’opinione degli italiani è l’universalismo politico. 

 

Il M5S è anzi un caso esemplare di universalismo politico spinto fino alle estreme conseguenze dell’assurdità e del ridicolo. La scelta di non allearsi con alcuna forza politica se non su singoli provvedimenti definiti “tecnici” o “concreti” consegue, infatti, direttamente dal rifiuto pregiudiziale e preliminare del conflitto politico: dire che tutti sono avversari o nemici è identico a dire che nessuno lo è; dall’individuazione del nemico/avversario, infatti, consegue quali siano gli amici politici, che non si scelgono in base alla comunanza dei valori o all’affinità intellettuale e sentimentale, ma ci vengono imposti dalla comune inimicizia. 

 

Il M5S rinvia l’azione politica vera e propria al momento magico in cui, da solo, prenderà il 51% dei voti, metterà in opera un progetto di democrazia diretta elettronica totale, e gradualmente persuaderà tutti della bontà e verità della propria azione, che non si caratterizza per la rispondenza a interessi ben definiti di ceti, classi, etc., ma per qualità d’ordine prepolitico come l’onestà, la trasparenza, etc.: qualità che tutti sono costretti a riconoscere come buone e vere, se non vogliono autodefinirsi cattivi, corrotti, bugiardi, etc. Una posizione simile condurrebbe, per sua logica interna, al Terrore giacobino; se non fosse che a) il M5S è sprovvisto dei mezzi per metterlo in opera b) il M5S agisce in un quadro di sovranità nazionale limitata (dalla UE). 

 

In un certo senso, il M5S è un microcosmo che rispecchia il macrocosmo UE. E’ un organismo politico affatto disfunzionale, ispirato a un universalismo politico che non ha la forza di imporre; il contenuto delle sue proposte politiche si autodefinisce come “la miglior soluzione possibile a problemi concreti”; inoltre, è (probabilmente) eterodiretto da centrali USA com’è politicamente eterodiretta l’UE dal “federatore a metà” statunitense. Come l’UE in grande, così il M5S in piccolo sortisce principalmente due effetti: neutralizza politicamente l’Italia, che a causa dell’ “elefante nel salotto” M5S non riesce a schierarsi sul clivage del conflitto politico principale (UE sì/no); gioca e fa giocare agli italiani un incessante ping- pong mentale tra la UE realmente esistente (falsa e cattiva) e la UE possibile in futuro (vera e buona).

 

E’ dunque la sinistra in quanto vettore dell’universalismo politico che va battuta, se si vuole battere la UE.

 

Prova a contrario della precedente affermazione: le uniche due forze politiche che si sono sinora apertamente schierate contro l’UE sono la Lega, e Fd’I. Qual è il minimo comun denominatore tra una forza politica che nasce antinazionale e addirittura secessionista, e una forza politica che sin dal nome si definisce nazionalista? 

 

Il minimo comun denominatore tra Lega e Fd’I è l’opposizione frontale all’universalismo politico. 

 

La Lega nasce come espressione dell’interesse, inteso spesso nella sua forma più immediata e rozza, di comunità territoriali del Settentrione d’Italia. Fd’I nasce da una rielaborazione della tradizione nazionalista di destra e fascista, con l’intento dichiarato di rappresentare l’interesse nazionale. Il minimo comun denominatore tra queste due forze apparentemente incompatibili – e che lo sono effettivamente state sinché il quadro in cui operavano era quello dello Stato nazione italiano – è che entrambe assumono, come principio ordinatore della loro azione, un interesse parziale. 

 

La comunità territoriale rappresentata dalla Lega può ricondursi all’interesse nazionale quando senta il proprio interesse minacciato, anzitutto, da un organismo sovrannazionale come la UE, che dunque essa designa come proprio nemico principale. L’interesse della nazione italiana, che in un quadro di sovranità nazionale dovrebbe essere sovraordinato all’interesse di tutte le forze politiche, può generare una forza politica correttamente posizionata quando essa individui come nemico principale un nemico esterno alla nazione (l’UE) col quale altre forze politiche nazionali sono invece alleate.

 

Le piccole dimensioni di Lega e Fd’I sono la migliore illustrazione di quanto sia diffusa ed egemone la cultura politica “di sinistra”, cioè politicamente universalista, in Italia. Proprio per questo sarebbe importante che dalla cultura politica di sinistra nascesse una formazione che, criticando coerentemente l’universalismo politico e il progressismo che vi si accompagna, designasse senza esitazioni e compromessi l’UE e il mondialismo come nemico principale: perché praticare una breccia nel muro ideologico del campo avverso è un risultato la cui importanza è impossibile sopravvalutare. 

Seconda risposta del Fronte Sovranista Italiano

Il sovranismo e l’universalismo: ancora una risposta a Roberto Buffagni

di Stefano D'Andrea · 12 dicembre 2016

Di STEFANO D’ANDREA E PAOLO DI REMIGIO

Rispondiamo alla replica di Buffagni al nostro articolo Il sovranismo è possibile e desiderabile, dividendo il nostro intervento in due parti: l’una più propriamente teorica; l’altra più strettamente politica.

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Osservando nel precedente intervento che Buffagni non spiegava i motivi per rigettare la UE volevamo solo cercare un terreno comune di discussione. Questo terreno si è evidenziato e a parte alcun precisazioni per sottolineare la complessità a volte caotica dei corsi storici, che non svolgiamo in ragione della loro irrilevanza rispetto al tema che si dibatte, siamo d’accordo con Buffagni sui danni che la UE causa: la colonizzazione degli Stati da parte del capitale e della finanza transnazionali, il depauperamento del sud dell’Europa. La rete di internet testimonia che siamo stati i primi o tra i primi a scrivere e dire che la UE fosse “un mostro” e andasse “distrutta” e che la lotta contro la UE fosse a tutti gli effetti una lotta di liberazione nazionale; nostra è anche la paternità del neologismo “sovranismo” e la rete anche di ciò è testimone. Siamo d’accordo anche con altre sue considerazioni: poiché non esiste una lingua europea e poiché la lingua è la base minima della vita di un popolo, allora non esiste un popolo europeo e non può esistere un autentico Stato europeo, semmai un impero, quale la UE difatti è.

Buffagni riporta poi l’apertura del suo primo intervento: ”In linea di principio … la strategia … della costruzione di un’alleanza – o addirittura dell’integrazione in un nuovo partito – tra forze politiche … da destra e da sinistra, allo scopo … di riappropriarsi della sovranità nazionale … sarebbe la più adeguata alla fase politica”. Questa proposizione testimonierebbe che la nostra lettura è stata superficiale, che, contrariamente alla nostra interpretazione, per lui il partito è eticamente desiderabile. Usando però la formula dell’indesiderabilità etica, non ci riferivamo a questo punto del suo intervento, ma a un passo più sotto, in cui egli imputa una tentazione totalitaria al partito che volesse rappresentare la nazione: “La nazione … non può venire identificata con un partito, che ne è per definizione una parte, senza che ne conseguano due effetti: 1) chi non appartiene al partito non appartiene alla nazione, e dunque non gode, almeno sul piano etico e culturale, della piena cittadinanza 2) la nazione e l’interesse nazionale non potranno mai più essere valori sovraordinati alle altre appartenenze e lealtà, perché la nazione è stata identificata con una parte politica, e ne condivide la transeunte relatività e parzialità: simul stabunt, simul cadent”. Da queste parole sembra evidente che Buffagni teme il partito che difende la nazione in quanto esso fa dell’avversario politico, nonostante il valore comune della cittadinanza, un nemico mortale e annulla la maestà della nazione subordinandola a un interesse particolare. Ci riferivamo a questo suo timore quando gli attribuivamo l’opinione dell’indesiderabilità etica di un partito sovranista e a questo suo timore abbiamo risposto.

Quanto al terzo punto, la definizione di sinistra che abbiamo proposto è volutamente storica, non storicistica, ossia fa capo a costellazioni fattuali singole, non a universali che devono rientrare nella filosofia della storia. Per noi è essenziale distinguere tra storiografia, che si muove nell’ordine dei decenni o al massimo dei secoli e dunque non può uscire dall’ambito della constatazione fattuale, e filosofia della storia, che riguarda i millenni e nello sviluppo del concetto di libertà, lento fino all’esasperazione, offre il criterio etico della storia. Vogliamo riscattare l’azione politica dal fatalismo ignorante che non lotta con i contenuti reali, ma li assume e li spaccia subito per contenuti di verità, e insieme vogliamo mantenere l’orientamento ai valori etici disvelati dall’approccio filosofico alla storia: anche su questo punto per noi è importante differenziarci dalla sinistra che ha sempre mescolato sconsideratamente i due piani e ha favoleggiato di necessità storiche dove c’erano scelte precise e spesso sbagliate. E vogliamo anche differenziarci da una certa destra che nella storia vede soltanto la lotta e non ha sensibilità per le regole della lotta che si sviluppano nei millenni così da realizzare la libertà attraverso il coordinamento tra gli uomini. In altri termini, nulla aborriamo più del corto circuito tra storia e filosofia della storia, per cui una filosofia della storia senza respiro risparmia la conoscenza dei fatti particolari, e li trasfigura così da consentire scelte politiche disinvolte fino al cinismo. La fascinazione che Renzi ha esercitato sul suo partito è dovuta all’aver legato il suo opportunismo alla quintessenza della filosofia della storia della sinistra, alla coppia conservazione-cambiamento, con cui può essere legittimata qualunque scelta – infatti qualunque scelta cambia. Ma ci differenziamo anche da una visione puramente polemica della realtà, che disconosce le regole comuni presenti anche negli antagonismi, e fa del coordinamento, anziché il fine supremo, una pura tattica.

La filosofia della storia di corto respiro, che ha spazio soltanto per la necessità esterna e disconosce la libertà già realizzata, il materialismo storico, determina la prospettiva della sinistra. Marx ha caratterizzato la storia come una sequenza di strutture economiche connesse a sovrastrutture giuridiche e politiche; il loro contrasto apre fasi rivoluzionarie che conducono a gradi superiori di sviluppo. Questa rappresentazione a metà strada tra filosofia della storia e storia, tra normativo e fattuale, così lontana dall’autentica filosofia hegeliana, così prossima al positivismo ottocentesco, è la base del contrasto conservazione-cambiamento a cui la sinistra, da quella rivoluzionaria, a quella massimalista come a quella riformista, riconduce ogni avvenimento: è la sua fede, la fede nella linearità della storia che non lascia nessuna scelta politica se non l’assecondare il cambiamento. A questa fede nella storia si riferiva la nostra definizione della sinistra (‘fede che la rivoluzione creerà una società superiore all’attuale’). Non abbiamo insistito sulla sua essenza storicistica nel nostro primo intervento, perché ci interessavano di più le implicazioni politiche della sua decadenza: che la storia sia soltanto lotta di classe e non anche un intreccio tra la pluralità dei popoli, è una fede divenuta dominante in una specifica costellazione storica; il tramonto di questa costellazione ci libera dal potere di questa fede, che paralizza la nostra azione in quanto determina destra e sinistra come un contrasto originario e irriducibile e la vita popolare come una guerra civile sospesa. Dopo questa liberazione dallo storicismo messianico marxista il nesso di doveri e di diritti su cui è costruito lo Stato costituzionale può diventare per gli Italiani una base sufficiente a fronteggiare la minaccia proveniente dall’estero, che smantella le strutture economiche e finanziarie, lo stato sociale, la cultura, che opera una sterilizzazione di massa negando ai giovani, attraverso la precarietà esasperata della loro esistenza, il diritto che non si negava neanche agli schiavi, quello di farsi una famiglia, che li rimpiazza invitando le masse di diseredati del terzo mondo a immigrare e a ripopolare i territori deserti.

Buffagni considera invece non decisiva la nostra caratterizzazione, e ne propone una in termini di universalismo. Qui non possiamo seguirlo. Non solo questa caratterizzazione ripropone in altra forma ciò che abbiamo già rifiutato nel precedente intervento: la natura totalitaria del partito-nazione qui diventa la natura totalitaria della politica universalistica; ma contiene un peccato più grave, sacrifica un concetto cardine della filosofia della storia legandolo troppo strettamente agli abusi che può subire nella prassi politica. L’universalismo politico è un ideale del tutto legittimo, è l’ideale della pace, che solo i sanguinari possono disprezzare e che è compito di ogni azione politica assicurare per quanto possibile. Non è l’ideale supremo, è vero: senza la libertà la pace sarebbe vergogna; ma per lo più si può avere entrambe e la politica deve avere questo obiettivo. Poiché entra in ogni concezione politica che vada oltre il bellum omnium contra omnes, l’universalismo non può offrire la differenza specifica della sinistra.

Per chiarirci: “universalismo” è il concetto entrato nella storia con la religione cristiana. Unica tra le religioni monoteistiche essa si dichiara cattolica, in quanto la pace che promana dalla morte e dalla resurrezione del Cristo non è offerta a un popolo, ma a tutti gli uomini. Il rifiuto del razzismo, del sessismo, il desiderio di apertura culturale si radica nella parola di S. Paolo in Galati 3, 28: ”Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù”. Il greco, invece, ringraziava i suoi dèi per averlo fatto greco anziché barbaro, libero anziché schiavo, uomo anziché donna, e il genio immortale di Aristotele concepì nondimeno la schiavitù come naturale e giusta, in particolare quella esercitata sui non-greci.

L’universalismo cristiano ha influito sulla storia del mondo in misura infinita, al punto da rendere ogni affermazione diretta del particolarismo una ricaduta nella barbarie. I movimenti polemici nei confronti del cristianesimo, la religiosità neoplatonica rinascimentale ma ancora di più l’illuminismo, consistono in realtà in una sua rigorizzazione: ne criticano il particolarismo e ne ampliano l’universalismo. Da parte sua il socialismo è erede dell’illuminismo, è l’idea che l’uguaglianza giuridica e politica, in cui l’universalismo da ideale religioso è diventato diritto positivo di popoli effettivi, si vanifica se manca l’uguaglianza economica; il socialismo è dunque un approfondimento dell’universalismo.

La critica della sinistra che colpisce l’universalismo respinge dunque duemila anni di storia, scivola cioè, senza accorgersene, dalla critica del suo possibile abuso politico, oltre la storia, su un piano di filosofia della storia, così da riuscire a compromettere la considerazione filosofica non meno dell’azione politica. Scrive infatti Buffagni: “… chi si sente all’altezza può parlare in nome dell’umanità, ma non può agire politicamente in nome dell’umanità senza incorrere in una contraddizione insolubile, perché l’azione politica implica sempre il conflitto con un nemico/avversario”. Si tratta di una posizione che rischia di cancellare ogni pregnanza etica dell’azione politica così da dissolvere la stessa possibilità di giudizio di fronte al male.

Il suo difetto filosofico è l’attenersi a una logica binaria: amico/nemico; bene/male; posizione/negazione – dove il fatto di essere in contrasto riverbera l’inimicizia sull’amico, il male sul bene, la negazione sulla posizione; in questa prospettiva il mondo è l’inferno. La natura della logica è però ternaria: posizione – negazione – negazione della negazione (verità); bene – male – male del male (virtù); nel nostro contesto: amico – nemico – nemico del nemico (alleato). “Universale” ha dunque due significati: non solo “posizione”, “bene”, “amico”, ma in maniera più originaria e profonda è negazione della negazione, male del male, nemico del nemico; da una parte indica l’identità virtualmente totalitaria, abusiva, dall’altra, in quanto la negazione è sempre negazione determinata, presuppone e conserva l’esistenza di ciò che nega, è la composizione delle differenze, nel senso del logos di Eraclito. Nel nostro caso, mentre la società comunista senza più antagonismi è un modello del primo universalismo, quello astratto che si tiene in opposizione contro il particolare, pagando il prezzo di rinunciare alla realtà e di ridursi a una proiezione utopica per amore della quale tutto può essere sacrificato – questo è l’universalismo che Buffagni scorge e che giustamente rifiuta –, lo Stato, in quanto nega non gli interessi, ma l’esclusività degli interessi particolari delle diverse classi e dei diversi individui e li rende compatibili in una unità, è universale nel secondo senso; e in quanto è individuo, la sua azione politica non “implica sempre il conflitto con un nemico/avversario”, come dice Buffagni, no, gli Stati si rapportano come individui sovrani coordinandosi e in caso di fallimento del tentativo di coordinazione come nemici; e anche in guerra continuano a considerare la guerra come uno stato da cui di deve uscire, si lasciano dunque la possibilità di cessarla attenendosi a uno jus belli – a meno di non aver gettato alle ortiche ogni universalismo e mirare allo sterminio e allo schiavismo, a meno cioè di venir meno alla propria natura.

Il secondo significato dell’universalismo, a cui non possiamo rinunciare, indica un preciso criterio di giustizia storica. Spesso la violenza è ipocrita, spesso non si può distinguere tra aggressore e aggredito; ma altrettanto spesso non è così, altrettanto spesso la volontà del male è dichiarata, anzi vantata. Hitler, Mussolini, per esempio, non hanno certo mandato a dire le loro intenzioni aggressive. È impensabile poter buttare la difesa di chi è aggredito nel calderone dell’”amico/nemico”: in quanto si difende dall’aggressore il bene è male del male, ossia nel conflitto con cui si oppone al particolare (gli è nemico) resta universale (gli è amico in quanto lo libera dal male), è virtù. La politica non è dunque solo rapporto ostile, ma anche, e allo stesso titolo, rapporto amichevole; e né l’ostilità né l’amicizia la esauriscono, ma la loro unità: il libero riconoscimento – l’unità nella differenza, che è tutt’altro dall’amministrazione.

Quando noi identifichiamo la sinistra con l’alone lasciato dalla rivoluzione russa diciamo qualcosa che contiene anche ciò che Buffagni intende con universalismo, senza però esporci ai pericoli che un rifiuto adialettico del termine comporta. È vero anche per noi: nel socialismo è contenuto l’illuminismo e nell’illuminismo il cristianesimo e tutto questo è anche universalismo; ma con ciò non è ancora deciso il valore etico dei fenomeni storici legati a quei grandi movimenti; la decisione dipende invece da quale sia l’universalismo che ispira il concreto fenomeno storico, se sia quello che annulla il particolare oppure quello che lo compone.

La sinistra novecentesca fa capo all’universalismo astratto. Essa sorge all’incrocio tra messianismo e positivismo, dove germina la fede negli stadi economici dell’umanità che le rivoluzioni mettono in sequenza finché le forze produttive permettono l’ultima, quella che realizza l’universalismo socialista, il messianico regno di Dio senza più antagonisti – per realizzare il quale è ammesso il loro sterminio. Se si vuole evitare ogni fraintendimento, è bene chiamare tutto questo non universalismo, ma storicismo messianico, che disprezza la complessità del presente e aspira a un’altra realtà; questa congiunzione di storicismo e messianismo porta la sinistra a credere nella globalizzazione, a trascurare per principio i dati economici, a rapportarsi all’uscita dalla UE in forma apocalittica. Questo è lo schema della sinistra – ancora in Renzi e nel suo seguito, che si sono proclamati partito della ‘rottamazione’ e del ‘cambiamento’, senza timore che si potesse rottamare ciò che era sacro e si potesse cambiare in peggio. La loro terminologia orbita ancora nell’alone rivoluzionario. E D’Attorre, quando vuole cacciare Renzi dal PD per costruire un’alleanza contro la destra, dimentica che Renzi è il sicario della UE, che, cacciato Renzi, la UE, avendo piantato il suo artiglio nella Costituzione, resta come e più di prima e la si può cacciare solo con la composizione di un fronte che non fa distinzione tra destra e sinistra, ma tra globalismo e sovranità – D’Attorre, dicevamo, orbita ancora nell’alone della guerra fredda civile per cui il nemico interno è in ogni caso più pericoloso del nemico esterno, e questo fa di lui un politico di sinistra.

Universalismo ci sembra poco adatto anche in riferimento alla UE. La propaganda europeista, infatti, ha invocato non solo il mito dell’abbattimento delle frontiere e la libera circolazione di tutto, ma ha anche cercato di creare un nazionalismo europeo, dapprima contro gli Stati Uniti e poi contro la Cina. Ancora oggi gli europeisti più sprovveduti vogliono che restiamo in gabbia per fronteggiare il pericolo di quest’ultima. Inoltre, se si determina la sinistra come semplice universalismo, i due termini si allargano a tal punto che vi può scivolare di tutto, anche il M5S. La sinistra è politica, il M5S è essenzialmente pre-politico; estraneo allo storicismo, si riduce a un messianismo anarchico cui mancano percezione della storia e programma politico, dunque si presta magnificamente all’eterodirezione: si limita a credere che ci sia un popolo che geme sotto il tallone di uno Stato corrotto, che l’avvento di Casaleggio, Grillo e della democrazia diretta in formato elettronico siano sufficienti a eliminare la separazione tra governanti e governati e a risolvere così ogni problema. Viceversa, il particolarismo di Lega e Fratelli d’Italia non è solo il loro vantaggio, ma nella stessa misura il loro svantaggio, non la premessa della soluzione ma parte del problema. Il particolarismo della Lega non è nazionale, tanto che Salvini, non meno opportunista di Renzi – diversa è la posizione e quindi diverso è il contenuto opportunistico delle proposte ma sempre di opportunismo si tratta -, pur dopo l’incontro con Borghi e quindi dopo aver sposato l’idea di abbandono dell’euro,  ha dichiarato che la Lega è europeista, che è più europeista di tutti e che è soltanto contro “questa Europa”, perché l’Europa sarebbe “un grande sogno”: il sogno della lega resta l’Europa delle regioni; è un partito antimeridionale e antinazionale. Il nazionalismo di Fratelli d’Italia non comporta la volontà di rompere con la borghesia delocalizzatrice e di aprire una nuova stagione di politiche economiche interventiste.

Noi e Roberto Buffagni, come dice Alessandro Visalli in un interessante intervento, siamo convinti che dalla crisi presente si esca soltanto attraverso “simultanei ‘rovesciamenti gestaltici’”. La sinistra ha avuto in Marx un vigoroso critico del capitalismo e un mediocre filosofo della storia; ma finora ha sacrificato la critica del capitalismo alla filosofia della storia. Il rovesciamento gestaltico che qui è richiesto è la liquidazione definitiva del materialismo storico e la riconquista intellettuale della separazione tra filosofia della storia, che è scienza della verità della storia in cui è abolita la separazione tra fatto e valore, in cui cioè i fatti, in virtù della loro universalità sono anche normativi, e storiografia, che è scienza del meccanismo politico della storia. In questo modo la politica cessa di essere semplice esecutrice di piani settari creduti necessità storiche e torna a lottare per il suo fine etico, il perseguimento dell’unità nella differenza qual è contenuta nello Stato democratico costituzionale. Per Buffagni l’unità nella differenza ha un significato soltanto tattico: è lo strumento per abbattere la UE; poiché lo sgretolamento della UE è un processo già in atto e non richiede nessuno sforzo speciale, l’unità nella differenza è per noi una strategia di limitazione definitiva dei poteri transnazionali di cui la UE è veicolo soltanto temporaneo, e implica la formazione di un partito vincolato all’idea costituzionale.

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Alla resa dei conti, il dissenso politico tra noi e Buffagni, che ci colloca, per ora, in parti contrapposte, risiede nel giudizio che egli dà, nel suo primo intervento, sulla Costituzione. Scrive Buffagni: “Davvero la Costituzione italiana può far da base all’alleanza politica che darà vita al Fronte Nazionale di Liberazione dall’euro e/o dalla UE? Io penso di no. Spiego perché. La Costituzione antifascista non è un valore o una piattaforma che possa accomunare destra e sinistra italiane antiUE/antieuro e farle ritrovare intorno a un programma minimo comune. L’aggettivo “antifascista” non è un fatto accessorio, è una qualificazione decisiva. Nella destra italiana, il fascismo è un residuo minimo, e dunque non è questo l’ostacolo. L’ostacolo principale è invece un fatto storico molto rilevante: che dopo il 1945, con la (benemerita) decisione di Togliatti e di Stalin di conformarsi a Yalta, e cioè di non perseguire anche qui la linea della guerra civile in vista dell’instaurazione di una “democrazia popolare” (come invece fu tentato proprio in Grecia), il PCI ha sostituito la linea “rivoluzionaria di classe” con la linea “antifascista e interclassista” e il mito (sottolineo due volte mito) della Resistenza. Cioè a dire, la linea del CLN. Quando si proclamano “i valori della Costituzione” a un elettore di destra, automaticamente egli intende “valori di sinistra”. Non conta, qui, se l’elettore di destra sia un liberale, un leghista, un fascista, un cattolico tradizionalista, un nazionalista, etc.: conta che “la Costituzione più bella del mondo” per l’elettore di destra è anzitutto la Costituzione di una parte politica (non la sua). Quando la sente nominare, assocerà mentalmente cose diverse, a seconda dei suoi interessi e della sua ideologia: assistenzialismo e Roma ladrona se è leghista, sindacati e tasse se è un liberale, divorzio e aborto se è un cattolico tradizionalista, stragi partigiane e tradimento dell’alleato se è un fascista, occupazione americana e perdita dell’indipendenza se è un nazionalista, etc.: non assocerà mai “la preziosissima carta fondamentale della nostra patria”. La realtà a lui più simpatica a cui la potrà associare è la Prima Repubblica, per la quale alcuni (non tutti) gli elettori di destra provano una certa nostalgia, specie se non sono più giovani”.

Ora, intanto la Costituzione nulla dice circa aborto e divorzio, ma soprattutto la Costituzione fu approvata dall’Assemblea Costituente quasi all’unanimità e allora c’erano più cattolici tradizionalisti rispetto ad adesso. Non esiste alcuna opposizione della Costituzione alle tradizioni cattoliche. La Costituzione impone semplicemente uno Stato laico e persino con qualche limite.

In secondo luogo, l’Assemblea Costituente discusse se introdurre o no una norma che qualificasse la Costituzione come antifascista e a maggioranza prevalse l’opinione contraria, perché siccome democratica, la Costituzione è contraria ad ogni dittatura e sistema politico che non riconoscano il pluralismo delle opinioni politiche, il pluripartitismo e le libertà fondamentali. La Costituzione dunque non è soltanto antifascista ma è anche anti-dittatura del proletariato, antiteocratica, e così via.

Anzi, sempre in Assemblea Costituente, l’economista comunista Antonio Pesenti sottolineò gli elementi di continuità con il fascismo, sotto il profilo della politica economica: “La prima limitazione effettiva è che oggi tutta la proprietà – e quindi qualsiasi impresa economica – deve sottostare alle limitazioni poste dalla politica economica nazionale, si esplichi essa in un piano organico di produzione cioè in un piano economico oppure soltanto in piani di intervento parziali. Di ciò del resto abbiamo esempio anche nella realtà economica italiana – e fossero essi maggiori e più efficienti per il bene del Paese – nel C.I.C.R., nel “Piano di importazioni”, nella “Commissione centrale per l’industria …” (corsivo aggiunto). Si voleva conservare e superare l’interventismo produttivista in un interventismo finalizzato alla piena occupazione, ossia fondamentalmente socialista: “Il principio del diritto al lavoro in una società in cui sia ammessa la libertà di investimento dei mezzi di produzione diventa obbligo generico, una indicazione in favore di una politica economica di piena occupazione e di spesa pubblica, cioè di intervento dello Stato nella vita economica, con varie forme tendenti, nel loro complesso, al raggiungimento di tale meta per quanto ciò sia possibile nel sistema capitalistico di produzione e ciò in netto contrasto con i criteri informatori della politica economica della società capitalistica di concorrenza che hanno ovunque prevalso in passato”. E per anni in dottrina, prima che l’adesione al programma liberale europeo spingesse a fare i salti mortali e a ricorrere a un “uso alternativo del diritto” per sostenere il contrario, fu opinione pacifica, confermata dai lavori dell’Assemblea Costituente, che l’art. 47 della Costituzione avesse costituzionalizzato la riforma bancaria del 1936.

Se dunque la Costituzione è “antifascista” (ma in realtà contraria a ogni regime dittatoriale), sotto il profilo delle libertà non economiche e della democrazia, essa è antiliberale, per quanto riguarda la politica economica interventista dello Stato.

Il problema allora sono i liberali. Se il despota esterno sono le élite globaliste e gli stati interessati a mantenere il liberalismo forzato imposto dall’Unione europea, il nemico interno sono i liberali. In assemblea costituente i liberali erano “quattro noci in un sacco” e non influirono minimamente (Einaudi se ne lamentò) sulla Costituzione economica, che recepì pressoché integralmente le indicazioni provenienti da Fanfani e Pesenti, i quali avevano lavorato nella sotto-commissione relativa ai “rapporti economici”. Poi, dal 1992, costretti ad attuare il liberalismo dell’Unione europea, tutti i politici italiani sono stati, consapevolmente o meno, felicemente o ipocritamente, liberali. In questo modo il liberalismo economico si è diffuso nel popolo come ideologia, come frasario, come valori, come slogan, che tuttavia sono europei non nazionali; derivano dai Trattati europei, non dalla Costituzione.

Ma la sovranità non è un guscio vuoto, non è libertà di politica economica, è dovere politico di attuare il programma costituzionale, con il quale nulla hanno a che vedere la flat tax, la promozione del commercio internazionale come fine (il fine sono la produzione interna e la piena occupazione, che generano, eventualmente, come effetto, un certo aumento delle esportazioni) o la possibilità di non colpire la rendita finanziaria. Invece, qualche anno fa Claudio Borghi polemizzò con uno degli autori di queste note, contestando il programma (allora dell’ARS ora del FSI) di repressione della rendita finanziaria, repressione che, ad essere onesti, fu attuata dal fascismo dopo il 1936 in modo ancora più stringente di quanto avvenne dopo il 1948 e specialmente dal 1959 (quando finalmente si spense la luce tenebrosa di Einaudi) al 1981: il fascismo, con un decreto successivo alla legge bancaria, aveva previsto un conto corrente di tesoreria del Governo presso la banca d’Italia con scoperto illimitato e interessi fissi all’1%, qualsiasi fosse il livello dell’inflazione (Einaudi nel 1947 volle fissare un tetto allo scoperto del Governo nel 15% della spesa pubblica; per ulteriore ricorso allo scoperto sarebbe servita una legge).

Lega e Fratelli d’Italia non vogliono la riconquista della sovranità: per ora vogliono sostituire al programma dell’Unione europea un programma liberale nazionale anticostituzionale che, dopo il recesso dall’Unione europea, non avrebbe alcun fondamento: né nei Trattati europei che, ipoteticamente, non sarebbero più vigenti; né nella Costituzione. Non dubitiamo, perciò, che quando arriverà il giorno del giudizio per l’Unione europea, queste due forze politiche si adopereranno per la semplice revisione di questa Europa (tornando ad un serpente monetario ma lasciando vincoli al finanziamento della spesa statale, libertà di circolazione dei capitali, principio della concorrenza, divieto di aiuti di Stato, IVA e molto altro): si tratta di due forze radicalmente anti-sovraniste e ben presto (ma ci vorrà ancora qualche anno) ciò che ora noi sappiamo e scriviamo sarà noto a tutti. Intanto il Fronte Sovranista Italiano proseguirà nella costruzione di quella che sarà una delle forze politiche che costituiranno l’alleanza sovranista. Il futuro dell’Italia non passa né per la Lega, né per Fratelli d’Italia, né per la semplicioneria pre-politica pentastellata.

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