Il politico e la guerra

Di Eduardo Zarelli.

Alcune considerazioni sui libri di Fabio Falchi:

Il politico e la guerra

Anteo Edizioni (2015)

Comunità e conflitto. La terra e l’ombra

Anteo edizioni (2016)

 

 

La guerra pareva depositata nella soffitta della storia. L’occidentalizzazione del mondo è fenomeno in realtà assai cruento, ma edulcorato dallo strabismo morale, dall’ipocrisia autoimmunizzante e dalla falsa prospettiva di un conflitto che si fa cruento solo in assenza della modernità, cioè quando è praticato da “altri da sé”. La volontà universalistica di esportare la “democrazia” nel mondo, di cui è ben dubitabile la buona fede umanitaria, ha ingenerato una spirale opposta, portandoci la violenza in ogni dove, fin dentro casa. Jean Jacques Rousseau scrisse con efficacia, nel Discorso sulle scienze e le arti, di «quei presunti cosmopoliti che giustificando l’amore per la propria patria con l’amore per il genere umano, si vantano di amare tutti per avere il diritto di non amare nessuno».

Gli ultimi decenni hanno per l’ennesima volta posto l’evidenza dei fatti a smentire le «illusioni del progresso» – per dirla con le parole di Georges Sorel – con la sua religio dei diritti umani. Attiene all’emiplegia dell’irresponsabilità pensare la pace senza la guerra. In tal senso, l’adagio del celebre trattato di strategia militare Della guerra – scritto dal maggior generale nell'esercito prussiano, combattente durante le guerre napoleoniche, Karl von Clausewitz – risulta di incontrovertibile lucidità: la guerra è la «prosecuzione della politica con altri mezzi». Certo che oggi, dato il potenziale apocalittico degli arsenali termonucleari affermatisi nel XX secolo, la “guerra guerreggiata” sovrana si declina come “guerra asimmetrica”, per usare la definizione degli ufficiali cinesi Qiao Liang e Wang Xiangsui – Guerra senza limiti. L’arte della guerra asimmetrica fra terrorismo e globalizzazione (Goriziana) – cioè tra entità non equivalenti, meglio detta ultimamente guerra “ibrida”; termine, questo, adoperato dal generale Fabio Mini, autore de La Guerra dopo la guerra. Soldati, burocrati e mercenari nell´epoca della pace virtuale (Einaudi). È palese, insomma, che la guerra combattuta è uscita dalla paradossale impronunciabilità nell’epoca della “guerra fredda”: si confligge ovunque, con qualsiasi mezzo possibile. Nel Medio Oriente tra Afghanistan, Iraq, Siria e Libia – per tralasciare altri contesti di minore intensità – si combatte con il massimo potenziale tattico a disposizione, coinvolgendo indiscriminatamente le popolazioni civili, con una tragica contabilità di decine, per non ammetterne centinaia, di migliaia di morti. Anche in Europa, però, la guerra è tornata a essere parte integrante dei rapporti di forza geopolitici: la disgregazione orientale, dalla Moldavia alla ex Jugoslavia, in Armenia piuttosto che in Georgia, e poi nel cuore del continente con l’Ucraina, con l’aggravante di un’esplicita militarizzazione delle relazioni internazionali. Venute meno le ragioni storiche della NATO, se ne cercano ideologicamente di sempre nuove, nella logica della globalizzazione, costruendo nemici di comodo per giustificare l’ingiustificabile. In tal senso, è molto puntuale Darius Nazemroaya nel suo La globalizzazione della NATO. Guerre imperialiste e colonizzazioni armate (Arianna editrice). La North Atlantic Treaty Organization ha continuato a espandersi senza sosta proprio verso est, in direzione del suo antico nemico, l’Unione Sovietica, trasposto ora nella Russia. Il conflitto nella Jugoslavia, in particolare, ha costituito un punto di svolta per l'Alleanza Atlantica e il suo mandato. L'organizzazione ha mutato il proprio quadro strategico da difensivo in offensivo sotto il pretesto dell'umanitarismo, intraprendendo il proprio cammino verso la globalizzazione, e andando quindi a interessare un'area di operazioni estesa al di fuori del continente europeo. Assurta via via sempre più a simbolo del militarismo statunitense e della diplomazia dei missili, la NATO agisce come braccio del Pentagono ed è dislocata nelle zone di combattimento in cui sono a frizione gli interessi strategici degli Stati Uniti e dei loro alleati. È significativo ricostruire questa fase storica successiva al 1989 nella politica italiana grazie a Paolo Borgognone nel recente L’immagine sinistra della globalizzazione. Critica del radicalismo liberale (Zambon editore). Vi troviamo una confutazione dell'odierna "religione unica" del liberalismo assoluto come teleologia della "fine capitalistica della storia"; cioè proprio quella vulgata annunciata allora dalla destra statunitense con Francis Fukuyama, ma coerentemente inverata anche dalla sinistra europea (si pensi alla coppia perfetta costituita da George W. Bush e Tony Blair nella seconda invasione dell’Iraq), che con la fine del comunismo storico novecentesco si è convertita al dogma utilitaristico e all'individualismo postmoderno, abbandonando una lettura critica e di contrasto all’espansionismo liberale. Il governo D'Alema, il primo a guida progressista, che nel marzo del 1999 impegna aviogetti italiani nel bombardamento "etico" della socialista Repubblica Federale di Jugoslavia, in violazione della Costituzione, ma tra lo sventolio interno di bandiere arcobaleno, è una delle immagini plastiche più eloquenti della "commedia dell'arte" della storia repubblicana. Con il senno di poi, è passata ovviamente sotto silenzio, in Italia e in tutto il mondo occidentale, la notizia dell'assoluzione di Slobodan Milosevic, il presidente eletto di quella Jugoslavia, da parte del Tribunale Internazionale dell'Aia per l'accusa di crimini di guerra e contro l'umanità. Una sentenza arrivata, non a caso, assai dopo la morte dell'imputato, che ha trascorso in carcere gli ultimi cinque anni della sua esistenza. Una sentenza che afferma, di fatto, l'assenza della presunta ragione "umanitaria" per cui la Nato ha bombardato per settimane la popolazione civile di quel Paese. Verdetto successivo solo di qualche settimana agli esiti del Chilcot report sulla guerra in Iraq, un opus magnum che raccoglie in dodici volumi testimonianze e documenti messi insieme dalla commissione parlamentare inglese in sette anni di indagine conoscitiva sul secondo conflitto del Golfo. Tony Blair mentì spudoratamente alla nazione, i servizi segreti avevano prodotto «valutazioni false che mai furono seriamente vagliate»» in merito alle presunte armi di distruzione di massa irachene; le basi legali dell'intervento «erano assolutamente infondate».  Tutto normale, è la giustizia dei vincitori… Che ci hanno condotto al caos a cui assistiamo oggi.

La marginalità e subalternità internazionale del nostro Paese è dimostrata anche dalla scarsità e labilità della riflessione polemologica. Ci sono alcune eccezioni. Su questa rivista, tempo addietro, Marco Tarchi diede merito alle analisi di Alessandro Colombo, uno studioso delle relazioni internazionali alla luce delle categorie schmittiane: ne La disunità del mondo (Feltrinelli), egli scrisse lucidamente che dopo il 1989 «l'eccezionale coerenza del mondo bipolare ha lasciato il posto a un sistema internazionale nel quale le diverse aree regionali continuano a essere in contatto tra loro grazie alla globalizzazione dell'economia e dell'informazione, ma nel quale ogni regione tende sempre più ad abbracciare protagonisti, interessi, conflitti e linguaggi diversi. Tale scomposizione è un potentissimo fattore di instabilità: accentua le differenze istituzionali e culturali tra le diverse regioni, aumenta il peso delle gerarchie di prestigio e potere al loro interno e, in questo modo, apre la strada a nuove diffidenze e competizioni sulla sicurezza. Ma, soprattutto, tale scomposizione rende sempre più inadeguate le risposte di portata globale, anzi rischia di trasformarle da fattori di ordine in fattori di disordine internazionale». Su questa scia critica, l’autore ha poi pubblicato Tempi decisivi. Natura e retorica delle crisi internazionali (Feltrinelli), in cui sostiene che le crisi sono eventi o processi storici doppiamente dirimenti: impongono di decidere, appunto, nella consapevolezza che “il tempo stringe” e che, dalle proprie decisioni, dipenderà l’alternativa tra la vita e la morte, la pace e la guerra; inoltre, nella stessa misura in cui procurano uno strappo nel corso normale delle cose, le crisi mettono a nudo aspetti dell’ordine politico e del suo linguaggio, che in condizioni ordinarie passano quasi sempre inosservati o vengono programmaticamente nascosti: l’astrattezza della giuridicizzazione del conflitto, il carattere fittizio delle organizzazioni internazionali, le diseguaglianze di potere politico ed economico, il grado residuo di legittimità e credibilità delle istituzioni, l’inadeguatezza dei linguaggi a disposizione degli attori, intrisi di mistificazione propagandistica.

Vi sono altri due autori, che si sono dedicati, con esiti opposti, a opere tanto recenti quanto significative nella ricostruzione storica della guerra, con esplicita valenza analitica e interpretativa dell’oggi. Il primo è Filippo Andreatta, docente presso la facoltà di Scienze politiche a Bologna, formatosi con un altro importante docente dell'ateneo felsineo nonché editorialista del Corriere della Sera, Angelo Panebianco, tra i più espliciti nello sposare le ragioni atlantiche e interventiste. Per entrambi non ci si può sottrarre quindi a un’analisi della forza in politica e delle conseguenti istituzioni militari, che non sono comprensibili senza guardare alla società nel suo complesso. Andreatta nel primo volume del Potere militare e arte della Guerra. Dalla polis allo Stato assoluto (FBK Press; il secondo volume sarà disponibile nei prossimi mesi), tratta con fluida capacità espositiva le città-Stato greche, l'Impero romano, il sistema feudale, i proto-stati moderni e gli Stati assoluti settecenteschi fino alla Rivoluzione francese, per poi chiudere con un'analisi delle differenze militari tra le unità politiche europee e quelle extraeuropee. Il modo di combattere di una comunità dipende quindi dal più ampio contesto politico e sociale, ragione per cui, ad esempio, gli eserciti di cavalieri tendono ad essere associati ai regimi aristocratici, mentre gli eserciti di fanteria vengono legati a regimi più egualitari. Ma ciò che in questa sede è significativo riportare è la necessità – per questi docenti liberali – di confrontarsi con la violenza, rifuggendo da un utopismo irenistico. Senza monopolio e conseguente uso della forza, viene meno la sicurezza individuale, quindi il legame sociale contrattualistico, diffondendosi la “illegalità”. Ecco allora giustificata la modernità occidentale di pensarsi universalisti e realizzarsi tramite strumenti militari, dottrina invalsa negli stati maggiori di tutti gli Stati occidentali. L’intento è quello di diffondere la “pace” del sistema mondo mercantile, cioè di neutralizzare il conflitto politico con il mezzo eventuale della guerra che, in nome delle organizzazioni internazionali legittimate dall’ideologia dei diritti umani (a geometria variabile, aggiungiamo noi…), non sarà mai dichiarata, disconoscendo quindi una controparte, ma verrà realizzata come “ingerenza umanitaria”. I processi di globalizzazione – si sostiene – esigono strategie, istituzioni politiche e ordinamenti giuridici "globali"; spetta alle grandi potenze industriali – e anzitutto agli Stati Uniti – il compito di garantire la stabilità di un ordine cosmopolitico pacifico. Che poi ciò non sia “giusto” e sia moltiplicatore di contraddizioni e ineguaglianze dirompenti, non preoccupa chi ha una visione unilaterale dei rapporti internazionali. Rimandiamo, di contro, all’ampia e profonda opera di Danilo Zolo, già filosofo del Diritto all’Università di Firenze, a partire dall’ultima sua pubblicazione Il nuovo disordine mondiale (Diabasis), per una critica puntuale del "globalismo giuridico" che, nell’apparente neutralità della forma, impone in realtà una concezione gerarchica e omogenea dei rapporti internazionali. Ben diceva Ivan Illich in Nello specchio del passato (Boroli) che «la guerra tende ad uguagliare le culture, mentre la pace è la condizione in cui ciascuna cultura fiorisce nel proprio modo incomparabile. Da ciò ne segue che la pace non è esportabile: inevitabilmente la si deteriora nel trasporto, il tentativo stesso di esportarla significa guerra». L’alternativa – su cui conveniamo – è una visione realistica, conflittuale e policentrica, che rivaluti il rapporto fra principi e identità culturali, fra neutralità e autodeterminazione, fra tutela delle libertà e sovranità politica.

Ecco quindi il secondo autore al centro della nostra riflessione, per il quale l’analisi del conflitto nella storia ha il medesimo peso, ma porta a esiti ben diversi. Fabio Falchi è un intellettuale non accademico, il quale ha realizzato un’opera che, indipendentemente dal giudizio di valore di cui argomenteremo, ha una dignità storiografica unita a una sostanza argomentativa che ben si affianca al lavoro di Filippo Andreatta, ma che più in generale non si rintraccia nell’usuale produzione scolastica o universitaria in tema polemologico. Il suo saggio Il politico e la guerra (Anteo Edizioni), si sviluppa per centinaia di pagine in una ricostruzione dettagliatissima del fenomeno bellico come condizione antropologica del conflitto. Rifuggendo dall’individualismo metodologico dominante, se è vero che aristotelicamente il destino degli uomini è di "Essere-insieme", vale a dire che l'uomo è, in primo luogo, un “animale politico”, il conflitto è consustanziale alla condizione culturale dell’essere umano che, per dirla con Arnold Gehlen, è un individuo non specializzato. L’uomo è proiettato heideggerianamente, per mezzo della tecnica, in un progetto di vita composto da un "intreccio" tra il politico, l'economico e il conflitto stesso. Si potrebbe quindi affermare, con Alain de Benoist, che «la guerra rimarrà sempre una possibilità, perché non si potrà mai fare scomparire ciò che la provoca, ovvero la diversità virtualmente antagonistica delle aspirazioni e dei valori, degli interessi e dei progetti», tanto che anche in una distopica mondializzazione realizzata, il conflitto si sottrae in soggetti pubblici riconoscibili, per moltiplicarsi in guerra civile virale generalizzata. L'opera è suddivisa in due parti distinte: “Terra e Mare” (primo volume), che tratta dei conflitti fino alle guerre napoleoniche, e “Maschera e Volto dell'Occidente” (secondo volume), in cui l'accento cade sulla stretta connessione tra la funzione politico-strategica dell'economico e la “pre-potenza” della grande talassocrazia d'oltreoceano, come esito non scritto del processo di civilizzazione della “forma capitale”: una connessione così stretta che “pax americana” e barbarie occidentale appaiono ormai come due facce della medesima medaglia; in questo secondo volume, infatti, si prendono in esame i conflitti dall’Ottocento fino ai nostri giorni, contestualizzandoli  però in quelle profonde trasformazioni politiche e sociali che in poco più di due secoli hanno cambiato radicalmente il destino planetario, ove la “occidentalizzazione del mondo” si fa prometeico mondialismo di uno sviluppo illimitato in presenza di risorse date, cioè limitate. Ciò nonostante, la potenza statunitense, dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica, tenta di sottoporre l’intero Pianeta alla propria egemonia, ma la stessa crisi economica che attanaglia il mondo occidentale è, in primo luogo, crisi degli equilibri geopolitici mondiali fondati sull’unilateralismo occidentale: «Vale a dire che non è il capitale finanziario in quanto tale ad articolare i rapporti di dominio caratteristici del sistema capitalistico mondiale, bensì le strategie politiche che il gruppo di potere, “definito” dall’alleanza tra una classe capitalistica e uno Stato egemone, adotta per contrastare potenziali centri di potere antiegemonici». Quindi non solo bisogna intendere, con Karl von Clausewitz, la natura politica della guerra, ma anche, con Niccolò Machiavelli, che la politica è la prosecuzione della guerra con qualsiasi mezzo, compreso il denaro, metro di misura dell’economicismo dominante. Fabio Falchi, padroneggiando le categorie metapolitiche schmittiane – Terra, Mare, “grande spazio” – riesce a sottrarsi a una lettura deterministica dello strutturalismo materiale dei rapporti di forza sociali e internazionali. Pur confrontandosi con gli strumenti analitici marxiani di Gianfranco La Grassa del cosiddetto “conflitto strategico” per cui l'attenzione va posta con positivistica metodologia sulle strategie tra agenti sociali in reciproco scontro per raggiungere la supremazia nello scenario geopolitico contemporaneo, in uno squilibrio incessante di fasi capitalistiche policentriche e monocentriche, Falchi ha una lettura indipendente dell’autonomia del “politico”, la quale rimanda al nostro "Essere-nel-Mondo" non limitatamente alla dimensione storico-geopolitica, che potremmo definire filosofica, ontologica, ma anche geofilosofica e – ci permettiamo di dire – spirituale dell’esperienza umana. Debitore della sua formazione a Giorgio Colli, per cui la complessità teoretica di categorie e deduzione si risolve in una interpretazione della totalità della manifestazione come "espressione" di qualcosa (l'immediatezza) che sfugge alla presa della conoscenza, rimanda alla phronesis (φρόνησις) "saggezza" o anche "intelligenza" come archetipo sapienziale del pensiero. Falchi si muove cioè a suo agio con categorie culturali non riduzionistiche, scientiste, per esprimersi diagnosticamente con realismo nell’oggi, ma traguardando nella prognosi oltre il moderno. In ciò risulta emancipato dalle appartenenze delle tarde famiglie ideologiche novecentesche e del discrimine destra/sinistra, intellettualmente partecipe di un’elaborazione metapolitica delle cosiddette “nuove sintesi”. Questo è definito in modo ulteriormente chiaro nel suo ultimo recentissimo titolo pubblicato, Comunità e conflitto. La terra e l'ombra (Anteo Edizioni), ove si chiude la riflessione sviluppata nei due volumi sopra indicati; è cioè ormai evidente, per l’autore, che l'emergere di nuove potenze antiegemoniche e la questione di nuovi soggetti politici realmente “antagonistici” nei confronti della “società del capitale” non sono che due facce della medesima medaglia. In quest'ottica, è logico che anche la questione della sovranità dello Stato, della tutela dei legami comunitari e della stessa "cittadella interiore" dell'uomo debba essere compresa alla luce dei conflitti del Novecento e del declino relativo dell'attuale Stato egemone capitalistico. Fabio Falchi cioè pone la questione non solo di una contrapposizione politica all’affermazione della dismisura dell’homo oeconomicus, ma anche quella fondativa di un paradigma ulteriore a quello della modernità. La ricostruzione del legame comunitario passa per una junghiana “simbolica dello spirito”, che pone l’esigenza di una ricomposizione dello iato tra cultura e natura. Quest’ultima non può essere schiacciata dalla dialettica tra il determinismo meccanicistico o la fuga nella suggestione irrazionale: «La natura, difatti, è in primo luogo un “campo di forze elementari”, aperto all’agire dell’uomo e al tempo stesso una lingua cifrata che ci rivela lo “spazio interiore del mondo”». Questo punto è fondamentale, in quanto il conflitto pone la questione del relativismo culturale unito alla volontà di potenza. Carl Schmitt aveva visto, con lucidità profetica nell’epilogo dei conflitti novecenteschi, come «l'universalismo dell'egemonia anglo-americana» fosse destinato a cancellare ogni distinzione e pluralità spaziale in un “mondo unitario” totalmente amministrato dalla tecnica e dalle strategie economiche transnazionali, soggetto a una mistificazione legale e morale per mezzo di una supposta ‘polizia internazionale’. Un mondo spazialmente neutro, senza partizioni e senza contrasti, dunque senza politica. Il peggiore dei mondi possibili, sradicato dai suoi fondamenti tellurici. Fedele alla justissima tellus, Schmitt alimenta invece l'idea che non possa esservi ‘Ordnung’ (ordinamento) mondiale senza ‘Ortung’ (localizzazione), cioè senza un’adeguata, differenziata suddivisione dello spazio terrestre. Una suddivisione che superi però l'inerzia storica dei vecchi Stati nazionali, per approdare al principio dei “grandi spazi”: l'unico in grado di creare un nuovo jus gentium, al cui centro ideale dovrebbe porsi l'antica terra d'Europa, autentico katechon di fronte all'Anticristo dell'uniformazione planetaria nel segno di un unico “signore del mondo”. Spiega Jean-François Kervégan nel recentissimo Che fare di Carl Schmitt? (Laterza) che le analisi del giurista tedesco sono estremamente attuali, perché non esiste un diritto puro, autonomo o neutrale. Il diritto trova il suo fondamento in un atto politico, e la politica presuppone sempre il perseguimento del proprio interesse contro quello degli altri: implica dunque una pluralità di agenti e il rischio del conflitto. Per questo la guerra ci sarà sempre e non ha senso stigmatizzarla: è parte della lotta politica. Il problema è piuttosto come contenerla e regolarla, lasciando cadere le distinzioni morali tra buoni e cattivi: non ci sono guerre giuste, ma ci deve essere un «giusto», vale a dire delle regole rispettate, nella guerra. Così successe nell’età moderna ed è questo ciò a cui bisogna aspirare oggi per evitare di finire in una «guerra civile mondiale» senza limiti, in cui ciascuno si ritiene portatore di verità universalistiche assolute.

Falchi parla conseguentemente di lotta tra diverse “immagini del mondo”, di cui i gruppi umani sono sempre portatori, consapevolmente o meno. Se questa Weltanschauung si declina come dominio di sé (imperium), prospetta la possibilità di mutare lo scenario del moderno, vocando l’auctoritas nell’accettazione della diversità. Di contro, nel bellum omnium contra omnes di giusnaturalistica accezione, una potenza subornerà un’altra, nell’incedere unilaterale del belluino scontro di supremazia sull’altro da sé. Il mutamento di prospettiva richiesto esige cioè un confronto con l’essenza della tecnica, l’Essere e il nulla. Solo “oltre la linea” – per dirla con Ernst Jünger – si può superare il nichilismo, indurre al reincantamento della Terra, ridare frutto nella landa desolata del Mondo. Dato questo presupposto metapolitico, il conflitto può essere messo in “forma” dall’autonomia del politico, sottratto alla “neutralizzazione” dalla giuridicizzazione del primato economico liberalcapitalistico. La praticabilità della pace passa per l’accettazione del multilateralismo internazionale. Il titanismo dell’illimitato che accompagna l’unilateralismo egemonico occidentale si determina – al contrario – in una “strategia del caos”, che sollecita i rapporti di forza fino al rischio concreto di una deflagrazione globale, di cui siamo già testimoni, per quanto “a pezzi”, per esprimersi con l’approssimazione emotiva dell’attuale pontefice Jorge Mario Bergoglio. La deriva oligarchica delle democrazie procedurali, la disintegrazione dello stato sociale, la perdita di ogni dovere civico e della consapevolezza comunitaria del bene comune, sono la condizione interna della patologia esterna sopra indicata. In tal senso, pensiamo che l’autore converrebbe con quel magnifico Elogio delle frontiere (ADD Editore), scritto da Régis Debray solo alcuni anni fa; l'ex guevarista individua nella frontiera un bisogno naturale dell’uomo e dei popoli, come custodia del Sacro (termine che, come la parola “santuario”, deriva appunto dal latino sancire) e della propria identità individuale e culturale. Detto legame, che riconduce la frontiera al mito (o, meglio, svela nel mito il carattere fondante della frontiera), nell’analisi di Debray chiama in causa direttamente l’unità europea, questa creatura che, nata come comunità economica invece che politica, mostra al giorno d’oggi tutti i suoi limiti e le sue storture. Se difatti «nessun insieme può chiudersi all’aiuto dei singoli elementi del suo stesso insieme» (quello che Debray chiama «assioma d’incompiutezza») e se un insieme che si chiude è “un invito all’ascesa”, si capisce come, in questa comunanza tra immanente e trascendente, la chiusura si congiunge con una salita (l’obelisco, il campanile, la guglia) e la popolazione si fa popolo, tra sussidiarietà e decisione partecipata. L’Europa, dunque, nel suo rifiuto a darsi una forma e nella sua conseguente impossibilità di darsi un mito fondativo effettivo, non può incarnarsi in nulla e tantomeno riconoscersi in un Popolo. Oggi si tratta proprio di porre dei confini che declinino l’universale come riconoscimento del particolare, legittimando nella diversità un’identità comune, che possa fondare una mitologia d’appartenenza e possa permettere così di rivendicare una sovranità in tutte le sue forme. Non resti inascoltato il monito di Simone Weil ne La prima radice (SE): «Il radicamento è forse il bisogno più importante e misconosciuto dell’anima umana… L’essere umano ha una radice… Chi è sradicato sradica… Lo sradicamento è la più pericolosa delle malattie delle società umane». Osserva all’oggi Régis Debray, con analoga intenzione, che l’innalzarsi di muri, piuttosto che una degenerazione della frontiera, è una conseguenza del rifiuto di una demarcazione. Il muro diventa infatti la conseguenza della rimozione di un confine chiaro e concordato politicamente dalla pluralità delle parti. La frontiera è dunque un limite, indispensabile al ripristino di una sovranità (economica, politica, militare) sradicata dalla deriva nichilistica della mercificazione dell’esistente. Sulla sovranità come identità, partecipazione e giustizia sociale della collettività si gioca il rapporto amico/nemico del “politico”, nell’avversione concreta alla deriva oligarchica della globalizzazione.

Disse Aristotele: «Chi non conosce il suo limite tema il destino», il che è come affermare che nel limite, si manifesta una comunità di destino, anche di contro allo spirito dei propri tempi, perché la dignità della libertà di Essere non è contrattabile, pone in Forma sovrana il vivente.

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